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Sicilia, i vitalizi passano di padre in figlio. Ex onorevoli più costosi di quelli in carica

L’avvocato trapanese Elios Costa fu eletto all’Assemblea Regionale Siciliana con 14mila voti. Era il 1947, il presidente del consiglio si chiamava Alcide De Gasperi, George Marshall non aveva ancora presentato al mondo il suo celebre piano di aiuti economici per l’Europa, e quella era la prima legislatura del parlamento siciliano in epoca repubblicana. Costa rimase all’Ars solo tre anni, non venne rieletto nel 1951, e a Palazzo dei Normanni non mise più piede. Forse non avrebbe mai immaginato che quei tre anni da deputato regionale avrebbero fruttato più di duemila euro al mese di vitalizio: assegno che dopo la morte di Costa, viene percepito dalla moglie. Solo uno dei 117 casi in cui il vitalizio dell’Ars viene erogato a coniugi o figli di ex deputati grazie alla reversibilità: in totale costano 522mila euro al mese, 6 milioni e duecentomila euro l’anno. Tutto secondo legge, dato che gli ex deputati dell’Ars hanno diritto al vitalizio anche se sono stati in carica per pochi mesi (a patto di riscattare il resto degli anni fino a completare una legislatura intera), e dopo la morte hanno la possibilità di girare l’assegno ai coniugi o ai figli, a patto che questi ultimi siano “in stato di bisogno”.

Capita così che per quei pochi anni trascorsi all’Ars da Costa nel dopoguerra, Palazzo dei Normanni debba riconoscere ogni mese il vitalizio alla moglie, anche ora che dall’elezione dell’avvocato trapanese sono trascorsi quasi settant’anni. Lo stesso assegno arriva ogni mese alle vedove di Michele Semeraro, eletto nel Blocco del Popolo, e di Francesco Lanza di Scalea, che a Palazzo dei Normanni entrò invece sotto le bandiere del Blocco liberarale democratico qualunquista: dopo soli tre anni da deputati, si sono assicurati un assegno mensile quasi perpetuo. Si dovrà accontentare di appena mille euro invece Anna Rosa Baglione, rimasta da poco vedova di Franco Bisignano, che all’Ars neanche ci mise mai piede. Si candidò nel 1976 con il Movimento Sociale Italiano, fu il primo dei non eletti e rimase fuori dal Parlamento Regionale. Bisignano però, come racconta l’edizione palermitana di Repubblica, non si arrese: iniziò a farsi chiamare “onorevole” (anche se era soltanto sindaco del minuscolo comune di Furnari, nel messinese) e cominciò una guerra a colpi di carta bollata contro Antonino Fede, eletto al suo posto, ma non residente in Sicilia.

Alla fine nel 1996 il tribunale gli dà ragione: solo che la legislatura si è conclusa da “appena” 15 anni. Poco male però: a Bisignano viene concessa comunque la liquidazione e il vitalizio, che adesso passa alla vedova. L’agricoltore Carmelo Antoci, reduce della guerra d’Africa, trascorse all’Ars le prime due legislature, dal 1947 al 1955: da 36 anni, e cioè dal 1978 data della morte dell’ex onorevole, il vitalizio arriva puntuale ogni mese alla sorella. Dopo anni di segretezza dovuti a non meglio specificati motivi di privacy, l’Ars ha deciso di pubblicare on line i dati relativi ai vitalizi erogati. Si scopre così che i deputati ancora in vita che percepiscono un assegno da Palazzo dei Normanni sono 180 e costano 902mila euro al mese, quasi undici milioni l’anno. In pratica tra assegni di reversibilità e vitalizi diretti, gli ex parlamentari siciliani costano ogni anno più di quelli in carica, che invece, dopo la spending review imposta dal governo Monti, pesano sul bilancio di Palazzo dei Normanni per “appena” sedici milioni l’anno. Fino al 2011, tra l’altro, il vitalizio erogato dall’Ars era cumulabile con altre pensioni, o vitalizi legati ad altre cariche elettive.

È il caso di Calogero Mannino, l’ex ministro democristiano attualmente imputato nel processo sulla Trattativa Stato – mafia, che percepisce in totale diecimila e cinquecento euro al mese dalla Camera dei deputati e dall’Assemblea regionale siciliana. Arriva ai tredicimila euro tondi, invece, il bonifico mensile sul conto di Emanuele Macaluso, il leader dei miglioristi del Pci, ex senatore ed ex deputato regionale. È stato cancellato dalle liste del Pd perché considerato “impresentabile”, invece, Mirello Crisafulli: ciononostante arriva a guadagnare quasi settemila euro al mese dopo gli anni trascorsi tra Palazzo dei Normanni e Palazzo Madama. Non incassa il doppio vitalizio Salvatore Caltagirone di Alleanza Nazionale: secondo il sito dell’Ars, a palazzo dei Normanni trascorse solo quattro mesi, uno scampolo finale della dodicesima legislatura. Quanto basta per intascare tremila euro al mese di vitalizio.

ilfattoquotidiano

Arrestati 13 agenti della polizia stradale per estorsioni e false sparatorie

La denuncia è partita da imprenditore che lamentava richieste di denaro da parte degli agenti che “presidiavano” il proprio deposito. La Procura di Nola guidata da Paolo Mancuso, grazie anche alle indagini messe in campo dagli stessi colleghi (cioè quelli buoni guidati dal primo dirigente Carmine Soriente), ha sospeso dal servizio 13 poliziotti appartenenti alla sezione polizia stradale di Napoli per vari reati tra cui la concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, falsità ideologica commessa da pubblici ufficiali in atti pubblici, simulazione di reato e danneggiamento aggravato.

Fermavano gli automobilisti per una serie di controlli e, dopo aver riscontrato infrazioni vere o presunte al codice della strada, li inducevano a versare somme di denaro “variabili”, a seconda delle possibilità economiche delle vittime. “L’esito della complessa attività ha consentito di accertare, nei confronti dei 13 poliziotti, gravi indizi che sono stati oggetto dell’odierna ordinanza di misura cautelare emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Nola su richiesta della Procura”.

Gli inquirenti hanno scoperto, che in un caso, i poliziotti avevano inscenato un conflitto a fuoco, denunciando che uno dei veicoli fermati aveva sparato contro gli agenti che a loro volta avevano risposto.

A portare avanti le indagini, tramite intercettazioni ambientali e telecamere nascoste nelle volanti di servizio gli stessi colleghi della stradale, come sottolineato dal procuratore Nola Mancuso che ha ringraziato “la pregevole condotta della squadra di polizia giudiziaria della stessa polizia stradale delegata per le indagini”. Gli agenti sospesi dal servizio sono Vincenzo Caianiello, di 57 anni; Corrado Mazzarelli, 54; Giuseppe Moramarco, 52; Lucio Papa, 47; Alfonso Esposito, 52; Pasquale Golino, 55; Giuseppe Vallone, 41; Giovanni Laezza, 44; Gennaro Santillo, 45; Antonio Pezzella, 42; Salvatore Di Biase, 41; Federico Nisi, 42, e Massino Giuseppe Minicozzi, di 46.

 

road2sportnews.com

Meningite, cosa devi sapere: saliva, starnuti, baci, scambio di posate, condivisione di alimenti…

Saliva, starnuti, baci, scambio di posate, condivisione di alimenti: si trasmette così la meningite batterica.

Saliva, starnuti, baci, scambio di posate, condivisione di alimenti: si trasmette così la meningite batterica, malattia non frequente ma molto aggressiva – come dimostra anche il decesso per meningite meningococcica della maestra della scuola elementare di Roma Cesare Battisti alla Garbatella – al punto che una persona su 10 tra chi si ammala, muore e 3 riportano conseguenze permanenti.

Evitarla è possibile grazie ai vaccini, che però vanno anche ripetuti periodicamente, e gli antibiotici servono per i casi di emergenza.

I BATTERI che provocano la meningite sono il meningococco, il pneumococco e l’emofilo. Albergano nelle alte vie respiratorie (naso e gola), spesso di portatori sani e asintomatici. La presenza non è in sè indice di malattia e la trasmissione avviene da persona a persona

sostenitori.info

FALCONE STAVA INDAGANDO SUI FINANZIAMENTI ILLECITI AL PARTITO COMUNISTA. UCCISO 3 GIORNI PRIMA DEL VIAGGIO A MOSCA

Falcone morì tre giorni prima di un viaggio a Mosca per indagare sui finanziamenti illeciti al Pci

Il mistero ha il volto sornione di Francesco Cossiga, ottavo presidente della Repubblica italiana. Nel corso del tempo, quattro diversi ministri hanno dichiarato pubblicamente
che Giovanni Falcone, nel giugno 1992, avrebbe dovuto recarsi in Russia per confermare una cooperazione giudiziaria sul tema, parlandone (e non era la prima volta) con Valentin Stepankov, allora giovane procuratore generale della Federazione Russa. Tra la metà del 1991 e i primissimi mesi del 1992, sostengono tre di quei quattro ministri, Falcone aveva ricevuto direttamente da Cossiga, all’epoca capo dello Stato, l’incarico di seguire dal versante italiano le indagini avviate nella Russia post-sovietica sul cosiddetto «oro di Mosca»: rubli e dollari versati per un valore di oltre 989 miliardi di lire tra il 1951 e il 1991.

Quella montagna di denaro era stata spedita in quarant’anni al Pci, e al suo scioglimento (nell’ottobre 1989) anche al suo erede, il Pds: il mittente era il Fondo di assistenza internazionale ai partiti e alle organizzazioni operaie e di sinistra. Si tratta di quasi 1000 miliardi di lire, che hanno pesantemente condizionato la vita politica del secondo dopoguerra. […]

In tanti hanno cercato di negarlo. Falcone e l’oro di Mosca? Un’inchiesta? Un incarico ufficiale a indagare, sollecitato addirittura da Cossiga? Macché, non risulta. La prima smentita venne il 28 maggio 1992 con una nota del ministero della Giustizia: «Le notizie apparse circa presunte indagini avviate da Giovanni Falcone sulle esportazioni illegali di valuta effettuate nel passato dal Partito comunista dell’Unione Sovietica sono destituite di ogni fondamento». Ma è un falso storico. Particolarmente paradossale, visto il mittente. Perché sette anni dopo l’ex Guardasigilli Martelli, in un convegno romano organizzato l’8 novembre 1999 per presentare il libro Ora da Mosca di Valerio Riva e Francesco Bigazzi, uscito un mese prima, conferma che Falcone era coinvolto nell’indagine tra Italia e Russia, eccome. A Roma, Martelli parla davanti a un folto pubblico. E dice testualmente: «Falcone un giorno venne in ufficio da me, e ricordo che fra gli altri argomenti mi parlò di questa questione. Era molto eccitato, e lo era sia perché aveva avuto un’eccellente impressione di Valentin Stepankov, di cui mi disse: “È un uomo di prim’ordine”, e poi per la materia, evidentemente un po’ incandescente, o almeno scottante, e in terzo luogo perché pensava, sfruttando anche quest’episodio, di poter inaugurare una stagione di collaborazione giudiziaria con l’ex Unione Sovietica, con la quale non c’era un rapporto di cooperazione». [..] «Lui me ne parlò e io lo incoraggiai ad andare a Mosca per prestare appunto tutta l’assistenza, la collaborazione ai nostri magistrati, e anche per trovare la possibilità di inaugurare una forma di cooperazione giudiziaria stabile». […]

 

In effetti, tre giorni esatti dopo la morte di Giovanni Falcone, anche il quotidiano moscovita «Novye Izvestia» pubblicò una notizia che in Italia passò quasi inosservata. Il 26 maggio 1992 il giornale rivelò che tra la fine di maggio e i primi di giugno di quell’anno, così di fuoco per l’Italia politica e giudiziaria, Falcone sarebbe dovuto «tornare a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus». La pista dell’oro di Mosca nel corso del tempo è stata battuta e poi abbandonata, ma ancora oggi resta fra le più misteriose e suggestive tra le possibili concause della morte di Falcone. Secondo la «Novye Izvestia» di ventitré anni fa, il magistrato sarebbe stato incaricato di coordinare le indagini su un colossale riciclaggio dei fondi del Pcus in Italia, «su invito dell’ex presidente della Repubblica italiana,
Francesco Cossiga». Falcone, scriveva ancora il quotidiano russo, «lavorava in coordinamento con la squadra speciale che si occupa della medesima indagine a Mosca».

L’Italia, per la «Novye Izvestia», «faceva parte del ristretto numero di Paesi in cui i soldi del disciolto Pcus e dello Stato so-vietico scorrevano a fiumi: solo negli anni Settanta, 6 milioni
di dollari erano stati trasferiti annualmente dal Politburo come aiuti fraterni». «Non è escluso» aggiungeva l’articolista russo «che i fondi del partito e dello Stato [l’Urss] siano stati pompati in strutture occulte italiane per altre strade: attraverso Paesi terzi, sotto forma di tangenti per contratti, e come profitti derivanti dal traffico illegale di oro e di altri preziosi. L’Italia non veniva scelta a caso per gli investimenti del partito. Le strutture della mafia molto sviluppate, la posizione di forza dei comunisti locali, i solidi contatti stabiliti da tempo, tutto ciò prometteva grandi profitti agli investitori del Pcus.»

[Dal libro “Il viaggio di Falcone a Mosca“, di Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov, con i contributi di Maurizio Tortorella e Carlo Nordio, 2015, Mondadori]

Fonte: www.qelsi.it

Tratto da: Lo Sai

Italia, potenza scomoda: dovevamo morire!

Italia, potenza scomoda. Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia.

È il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di BerlinoLa Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est, i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

Questa è la drammatica ricostruzione fatta da Nino Galloni (foto) – docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato – che nel fatidico 1989, era consulente del Governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca.

Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, finché potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano, grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico, assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio, ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima».

Col divorzio tra Bankitalia e Tesoroper la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil.

conoscenzealconfine.it

Boldrini: “Alloggi popolari? Precedenza agli immigrati”. E a Ravenna la denunciano…

Laura Boldrini ormai è la paladina di profughi, clandestini…e rom. Adesso la presidente della Camera ha trovato negli zingari un nuovo cavallo di battaglia, al punto da voler dare loro la precedenza per ottenere un alloggio popolare. A contestare la scelta della Boldrini èDavide Fabbri, rappresentante del “Movimento lavoro e rispetto”. Fabbri è una furia contro miss Montecitorio. Dopo aver intuito l’orientamento della presidente della Camera, Fabbri l’ha denunciata perchè “discrimina gli italiani violando la Costituzione”.

La casa ai rom – Così Fabbri e altri cittadini di Ravenna hanno raccontato i motivi del loro esposto contro la Boldrini: “Laura Boldrini, l’8 aprile 2013 a domanda di un giornalista che le chiedeva testualmente: ‘Con quale criterio saranno assegnate le case popolari’,  rispose: ‘Saranno date prima ai rom e agli extracomunitari con figli a carico‘. Sulla base di questo, Davide Fabbri, assieme ad altri cittadini, si è sentito profondamente discriminato e ha proceduto assieme ad altri a formalizzare una denuncia per discriminazione verso il popolo Italiano nei confronti della Boldrini. Insomma miss Montecitorio non è nuova a sparate del genere. Ma questa volta, a quanto pare è stata presa in parola. Infatti secondo quanto racconta Fabbri il comune di Ravenna ha recepito il “diktat della Boldrini”.

Precedenza agli immigrati –  “Se si sfoglia la lista della graduatoria comunale, salterà facilmente agli occhi di chiunque, che nei primi 100 possibili assegnatari il 70% è costituito da stranieri, relegando di fatto, numerosi concittadini in fondo alla lista. Questa non è integrazione, ma è dimostrazione di incapacità di gestione del fenomeno immigratorio, che si ripercuote sui nostri connazionali e Ravenna, purtroppo, ne è un classico esempio”, aggiunge Fabbri. Ma per la Boldrini è tutto normale. Per lei l’emergenza immigrazione non esiste e allora bisogna dare una casa anche ai rom e agli extracomunitari, in barba al diritto acquisito dagli italiani che con la crisi restano senza un tetto: “L’immigrazione non va gestita con logiche di difesa. Costituisce un pericoloso anacronismo che una legge sulla cittadinanza non prenda atto che in Italia vivono quattro milioni di immigrati ai quali sono preclusi diritti civili. Ciò crea animosità. Gli allarmismi e la sindrome d’assedio danneggiano la coesione sociale. C’è un vittimismo non giustificato dai numeri. Non sono clandestini, sono rifugiati. L’emergenza clandestini non esiste. È solo un’invenzione”, aveva detto la Boldrini. Un’invenzione che a quanto pare è nella testa di milioni di Italiani e l’unica a far finta di niente è proprio lei che è la terza carica dello Stato. (I.S.)

liberoquotidiano.it

Quasi 200 giudici hanno interessi nelle strutture a cui affidano i minori

Sono poco più di un migliaio e si trovano all’interno dei 29 tribunali minorili di tutta Italia così come nelle Corti d’Appello minorili. Sono i giudici onorari minorili, e di fatto hanno il pallino in mano quando si tratta di affidamenti in casa-famiglia oppure a centri per la protezione dei minori.

Una figura prevista dall’ordinamento ma che continua a risultare anomala nonostante il peso determinante nelle decisioni nell’ambito dei procedimenti che riguardano i minori e gli affidamenti: nel settore infatti il giudizio di un giudice onorario minorile è pari a quello di un magistrato di carriera. Quando si decide nelle corti infatti giudicano due togati e due onorari, mentre in Corte d’Appello sono tre i togati e due gli onorari.

A definire il ruolo del giudice onorario minorile ci pensa una del 1934 e una riforma del 1956, ripresa nelle circolari del Consiglio Superiore della Magistratura: l’aspirante giudice oltre che ad avere la cittadinanza italiana e una condotta incensurabile, «deve, inoltre, essere “cittadino benemerito dell’assistenza sociale” e “cultore di biologia, psichiatria, antropologia criminale, pedagogia e psicologia”».

Il tema non fa rumore, ma tra queste circa mille persone che ricoprono incarichi lungo tutto lo stivale, c’è qualcosa che non funziona come dovrebbe. Il centro di alcune distorsioni del sistema rimane proprio all’interno delle circolari del Csm che ogni tre anni mette a bando posti per giudici onorari: all’articolo 7 della circolare si definiscono le incompatibilità, e si scrive espressamente che “Non sussistono per i giudici onorari minorili le incompatibilità derivanti dallo svolgimento di attività private, libere o impiegatizie, sempre che non si ritenga, con motivato apprezzamento da effettuarsi caso per caso, che esse possano incidere sull’indipendenza del magistrato onorario, o ingenerare timori di imparzialità”. Al comma 6 dello stesso articolo addirittura si prevede una causa certa di incompatibilità: all’atto dell’incarico il giudice onorario minorile deve impegnarsi a non assumere, per tutta la durata dell’incarico, cariche rappresentative di strutture comuntiarie, e in caso già rivesta tali cariche deve rinunziarvi prima di assumere le funzioni.

Insomma, a meno che non ci siano pareri motivati che possano incidere su indipendenza e imparzialità del giudizio, solo un atto motivato, che spesso non arriva, può mettere ostacoli sulla nomina del giudice onorario. Sulle maglie larghe dell’articolo 7 è depositata anche una interrogazione parlamentare dallo scorso 17 febbraio del senatore Luigi Manconi al Ministero della giustizia, che al momento rimane senza risposta, mentre ai primi di maggio l’onorevole Francesca Businarolo del Movimeneto 5 Stelle, ha depositato una proposta di legge per l’istituzione di una apposita commissione d’inchiesta.

Tuttavia tra questi 1.082 (tanti risultano all’ultimo censimento) circa 200 sarebbero incompatibili con la carica, dunque il 20% sul totale. Questi sono i dati contenuti in un dossier che l’associazione Finalmente Liberi Onlus presenterà nei prossimi mesi al Consiglio Superiore della Magistratura per mettere mano al problema. In particolare segnalano dall’associazione, che i duecento nomi che fanno parte della lista e ogni giorno decidono su affidamenti a casa famiglia e centri per la protezione dei minori, dipendono dalle strutture stesse.

Tra questi 1.082 (tanti risultano all’ultimo censimento) circa 200 sarebbero incompatibili con la carica, dunque il 20% sul totale
A vario titolo c’è chi ha contribuito a fondarle, chi ne è azionista e chi fa parte dei Consigli di Amministrazione. Dunque il tema è centrato: a giudicare dove debbano andare i minori e soprattutto se debbano raggiungere strutture al di fuori della famiglia sono gli stessi che hanno interessi nelle strutture stesse.

L’incompatibilità, che dovrebbe essere già valutata come condizione precedente al conflitto di interessi, in questo caso sembra evidente, ma difficilmente vengono effettuati gli approfondimenti “caso per caso” richiesti dalle circolari del Csm.

«Stiamo cercando un appoggio istituzionale forte – spiega a Linkiesta l’avvocato Cristina Franceschini di Finalmente Liberi Onlus – per poter sottoporre al Consiglio Superiore della Magistratura la lista dei giudici onorari minorili incompatibili. Presentarlo come semplice associazione rischia di far finire il tutto dentro un cassetto, avendo invece una sponda dalle istituzioni o dalla politica potrebbe far finire il tema in agenda al Csm meglio e più velocemente».

Nel dossier, al momento ancora in via di definizione ma prossimo alla chiusura, «troviamo anche giudici che lavorano ai servizi sociali in comune e che hanno interessi in casa famiglia», fanno sapere da Finalmente Liberi Onlsu, «ma anche chi intesta automobili di lusso alle stesse strutture». Così tra una Jaguar e una sentenza capita anche che un centro d’affido ricevesse rette da 400 euro al giorno, per un totale di 150 mila euro l’anno in tre anni per un solo minore.

Un business non indifferente se si conta che i minori portati via alle famiglie, stimati dalle ultime indagini del Ministero per il Lavoro e per le Politiche Sociali, sono circa 30mila. Sicuramente non è un ambito in cui ragionare in termini meramente economici e non tutte le case famiglia ragionano in termini di profitto, tuttavia, anche alla luce della recente sentenza su quanto accaduto in oltre trent’anni al Forteto di Firenze, una riflessione in più va fatta. In particolare sulla trasparenza con cui si gestiscono gli istituti e su chi e come decide di dirottare i minori all’interno delle strutture.

Minori Fuori Famiglia
Fonte: Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza
Un altro caso è quello dell’ex giudice onorario minorile Fabio Tofi, psicologo e direttore della casa famiglia “Il monello Mare” di Santa Marinella, a Roma. Violenze, abusi sessuali, aggressioni fisiche e verbali, percosse, minacce, somministrazioni di cibo scaduto, di sedativi e tranquillanti senza alcuna prescrizione medica: queste sono le accuse che la procura di Roma ha mosso allo stesso Tofi e altri quattro collaboratori che sono poi sfociate nell’arresto dello scorso 13 maggio.

Tofi dal 1997 al 2009 (periodo in cui la struttura era già funzionante) è stato giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Roma e psicologo presso i Servizi Sociale del Comune di Marinella dal 1993 al 1996.

Non sono però solo le nomine e la compatibilità degli incarichi a destare più di un interrogativo nel mondo degli affidamenti, ma sono anche le procedure che a detta di più di un esperto andrebbero riviste. «Sarebbe sufficiente constatare come le perizie psicologiche fatte ai genitori prima di togliere il minore e durante l’allontanamento non vengano replicate anche agli operatori delle strutture. I controlli – dice ancora Franceschini – nei confronti di questi dovrebbero essere stringenti e con cadenza regolare, e invece non lo sono».

Franceschini (Finalmente Liberi Onlus): «All’interno degli stessi tribunali minorili andrebbe istituito un organismo di coordinamento tra il giudice e i servizi sociali, e da parte degli avvocati che seguono le famiglie a cui sono stati sottratti i minori sarebbe consigliabile meno scrivania e più accompagnamento dei genitori nel percorso tra servizi sociali, tribunali e casa famiglia»
Così come l’ascolto del minore nel corso dei procedimenti spesso avviene in modo poco chiaro: i minori dopo i 12 anni devono essere ascoltati dal giudice, nella maggioranza dei casi però questo ascolto avviene in una stanza in cui oltre al minore e al giudice è presente anche un emissario della comunità. «Evidentemente in queste condizioni non è possibile lasciare libertà d’espressione al minore, e molte volte gli avvocati sono invitati a rimanere fuori dall’aula. Non di rado infatti arrivano sul nostro tavolo verbali confezionati». Per questo motivo in tanti denunciano al raggiungimento del diciottesimo anno di età una volta fuori dalle strutture, come accaduto nella vicenda del Forteto.

Tuttavia, spiega Franceschini, all’interno degli stessi tribunali minorili andrebbe istituito un organismo di coordinamento tra il giudice e i servizi sociali, e da parte degli avvocati che seguono le famiglie a cui sono stati sottratti i minori sarebbe consigliabile meno scrivania e più accompagnamento dei genitori nel percorso tra servizi sociali, tribunali e casa famiglia.

Dopo l’estate il dossier sui giudici onorari minorili arriverà comunque sul tavolo di più di un politico e del Garante per l’Infanzia, il cui mandato è al momento in scadenza. L’occasione per aprire uno squarcio su un tema taciuto e sconosciuto ai più inizia a vedersi, per non sentire più in un tribunale, «io sono il giudice, io dirigo la comunità, e decido io a chi va il minore».

www.linkiesta.it

La rabbia dei padri separati con figli: “Noi papà ridotti a bancomat”

Brugherio, 3 settembre 2016 – «Papà c’è». Una scritta enorme campeggia davanti ai gazebo. Dentro, ci sono loro. I padri delle famiglie ‘liquide’ come la società contemporanea. Spezzoni di coppie andate in frantumi: chi non vede i figli da anni, chi si accontenta di incontrarli poche ore alla settimana, dopo un calvario fatto di carta bollata, ricorsi e udienze in polverosi tribunali di provincia. Qualcuno sente che da genitore è stato declassato «alla funzione di bancomat». L’altra faccia di un dramma, quello delle separazioni combattute sulla pelle della prole, si ritrova in Brianza, a Brugherio, dove al posto della classica festa di partito, fra gli stand della musica e le grigliate, si ritrova l’associazione lombarda che raccoglie i papà separati.

Seduto a un tavolo ieri sera, all’apertura della manifestazione, c’era anche Emilio. Lui il mondo lo ha girato per lavoro. Proprio durante una delle sue trasferte un giudice ha deciso che a crescere il suo bimbo di quattro anni doveva essere solo la mamma. «Non mi hanno citato in giudizio, non mi hanno chiesto un’opinione, non mi hanno dato la possibilità di stare con il mio piccolo». Lo dice con dispiacere, non con rabbia. Come lui, in Italia, ce ne sono quasi due milioni. Tante sono le coppie che sono esplose. E solo il 2 per cento di questo esercito di genitori è un padre che può convivere con i suoi bimbi. «La legge sull’affido condiviso? Un flop – prosegue –. Dopo un anno, il mio piccolo non l’ho più rivisto. Non mi posso avvicinare a casa o vengo denunciato per stalking. Nessuno dei due sessi deve vincere sull’altro, ma mi manca mio figlio. Soffro da morire, ma non mi arrendo. Il suo benessere è nelle mani di un giudice, di qualcuno che nemmeno conosce».

Già, perché quando va bene, il tempo che un padre separato può dedicare a un figlio «è solo il 3 per cento», spiega l’organizzatore dell’evento, Domenico Fumagalli, che parla deciso. Il resto è solitudine e forse senso di colpa. Sguardo basso e un filo di voce, invece, Pasquale ha passato la settantina. «La mia pensione e i risparmi di una vita sono andati alla mia ex – racconta – e a sua figlia: l’ho amata come fosse mia dal primo momento in cui l’ho vista. Ma all’improvviso – aggiunge – mi sono trovato solo, tradito: quando ho intestato a loro le case comprate per la sicurezza della mia vecchiaia mi hanno mollato. Non so a chi chiedere aiuto. Mi ritrovo il mondo contro senza aver fatto nulla di male».

Sono decine le storie, centinaia gli episodi di cui, talvolta accorati, altre volte composti e riservati, i papà raccontano. Su di loro aleggia anche lo spettro della povertà: secondo stime dell’Università Cattolica, infatti, il 15 per cento dei padri che versano l’assegno di mantenimento rimane con un reddito residuo di appena cento euro. A chi va bene, ne restano quattrocento. L’associazione prova a fare squadra e cambiare le cose: in Parlamento giace un progetto di legge per modificare la norma sull’affido del 2006. «Ma le priorità della politica sembrano altre, eppure il divorzio per chi ha meno soldi è una sciagura anche nel portafogli», dice Fumagalli. E non c’è neppure la consolazione dell’affetto: «Solo tre del centinaio di persone presenti stasera – racconta un altro genitore –, è riuscito a ottenere l’affidamento dei figli. Ma dopo lunghi anni di lotta. Non è giusto». Nell’area della festa, solo volti maschili. Ma al telefono, d’improvviso, risuona la voce di una donna. «Non è vero che loro non capiscono – aggiunge Fumagalli –. Madri, sorelle, nonne e zie vivono il nostro stesso calvario. A Montecitorio devono svegliarsi».

 

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DIECI ANNI DI EURO: COSTO ACQUA +79,5% COSTO RIFIUTI +70,8% COSTO ELETTRICITA’ +48,2% COSTO TRENI +46,3%

Tra il 2010 e il 2014 solo in Spagna le tariffe pubbliche sono rincarate piu’ che in Italia. Se a Madrid l’aumento medio e’ stato del 23,7 per cento, in Italia l’incremento e’ stato del 19,1 per cento. Tra i grandi Paesi d’Europa, invece, la Francia ha registrato un rincaro medio del 12,9 per cento, mentre la Germania ha segnato un ritocco all’insu’ dei prezzi solo del 4,2 per cento.

L’area dell’euro ha subito un incremento dei prezzi amministrati dell’11,8 per cento: oltre 7 punti percentuali in meno che da noi. I calcoli sono stati effettuati dall’Ufficio studi della CGIA che oltre a eseguire una comparazione tra l’andamento delle tariffe amministrate nei principali paesi d’Europa ha analizzato anche il trend registrato tra il 2004 e i primi 11 mesi del 2014 delle tariffe dei principali servizi pubblici presenti nel nostro Paese.

Negli ultimi 10 anni, a fronte di un incremento dell’inflazione che in Italia e’ stato del 20,5 per cento, l’acqua e’ aumentata del 79,5 per cento, i rifiuti del 70,8 per cento, l’energia elettrica del 48,2 per cento, i pedaggi autostradali del 46,5 per cento, i trasporti ferroviari del 46,3 per cento, il gas del 42,9 per cento, i trasporti urbani del 41,6 per cento, il servizio taxi del 31,6 per cento e i servizi postali del 27,9 per cento. Tra tutte le voci analizzate, solo i servizi telefonici hanno subito un decremento: -15,8 per cento, ma si tratta di compagnie private, non si servizi pubblici

Sottolinea il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi: “Nel nostro Paese i rincari maggiori hanno interessato le tariffe locali. Se per quanto concerne l’acqua i prezzi praticati rimangono ancora adesso tra i piu’ contenuti d’Europa, gli aumenti registrati dai rifiuti sono del tutto ingiustificabili. A causa della crisi economica, negli ultimi 7 anni c’e’ stata una vera e propria caduta verticale dei consumi delle famiglie e delle imprese: conseguentemente e’ diminuita anche la quantita’ di rifiuti prodotta. Pertanto, con meno spazzatura da raccogliere e da smaltire, le tariffe dovevano scendere, invece, sono inspiegabilmente aumentate. Si pensi che nell’ultimo anno, a seguito del passaggio dalla Tares alla Tari, gli italiani hanno pagato addirittura il 12,2 per cento in piu’, contro una inflazione che e’ aumentata solo dello 0,3 per cento”.

L’analisi di Bortolussi si conclude esaminando le cause che hanno incrementato le altre voci tariffarie: “Gli aumenti del gas hanno sicuramente risentito del costo della materia prima e del tasso di cambio, mentre l’energia elettrica dell’andamento delle quotazioni petrolifere e dell’aumento degli oneri generali di sistema, in particolare per la copertura degli schemi di incentivazione delle fonti rinnovabili. I trasporti urbani, invece, sono stati condizionati dagli aumenti del costo del carburante e quello del lavoro. Non va nemmeno dimenticato che molti rincari sono riconducibili anche al peso fiscale che grava sulle tariffe che, purtroppo, da noi tocca punte non riscontrabili nel resto d’Europa. Inoltre, nonostante i processi di liberalizzazione avvenuti in questi ultimi decenni abbiano interessato gran parte di questi settori, i risultati ottenuti sono stati poco soddisfacenti, e in molti casi pessimi. In linea di massima, oggi siamo chiamati a pagare di piu’, ma la qualita’ dei servizi resi non ha subito sensibili miglioramenti. Speriamo che la riduzione del prezzo del petrolio registrata in questi ultimi mesi comporti per l’anno venturo una contrazione delle tariffe, soprattutto di luce, gas e trasporti che sono le principali voci di spesa che gravano sui bilanci delle famiglie e delle piccole imprese italiane”.

Resta il fatto che in 10 anni di euro invece di avere stabilizzato i prezzi e migliorato i servizi, l’Italia ha aumentato a dismisura i prezzi dei servizi e peggiorato la loro qualità.

DA stopeuro.org

Tratto da: lastella

Romeno massacra un carabiniere. La pena? Solo un obbligo di firma

Picchiato un militare a Somma Lombardo intervenuto in seguito all’aggressione subita da una coppia

Ha massacrato con una furia inaudita un carabiniere intervenuto per aiutare una coppia di fidanzati aggrediti in un’area boschiva a Somma Lombardo. Il carabiniere è finito in ospedale riportando lesioni gravi (anche delle fratture) guaribili in una trentina di giorni: l’aggressore, un rumeno senza fissa dimora, è libero ed è stato sottoposto solo all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Una decisione, quella del tribunale di Busto Arsizio, che sta facendo molto discutere, soprattutto a Somma Lombardo dove la notizia del carabiniere aggredito mentre stava svolgendo la sua attività al servizio della collettività si è diffusa molto rapidamente. Una faccenda assurda. Secondo una ricostruzione sommaria dei fatti, la coppietta si era appartata in macchina per trovare un po’ di intimità, ma da quelle parti a un certo punto ha iniziato ad aggirarsi lo straniero senza fissa dimora che si sarebbe avvicinato con fare minaccioso. I due giovani spaventati hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. La pattuglia dei militari è intervenuta rapidamente evitando che la situazione degenerasse. Uno dei due militari avrebbe tentato di identificarlo, ma di fronte alla richiesta di un documento lo straniero gli si è scagliato contro, colpendolo più volte. Una furia devastante e inspiegabile. Il collega è intervenuto, bloccando il senza fissa dimora che è stato neutralizzato. È stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale su disposizione della Procura di Busto Arsizio. Il balordo è stato identificato, finendo in manette, mentre il militare è stato trasportato in ospedale dove gli hanno riscontrato diverse lesioni. Ieri mattina, durante l’udienza, è stato convalidato l’arresto: l’uomo, però, non è finito in carcere, ma è stato liberato. Dovrà presentarsi in caserma ogni giorno per firmare.

Un provvedimento che lascia l’amaro in bocca a chi ogni giorno mette a rischio la propria incolumità per difendere i cittadini. La preoccupazione, inoltre, è che un balordo sia libero di girare per le strade del territorio dopo quanto di grave ha fatto, rappresentando forse un pericolo che non può essere probabilmente neutralizzato obbligandolo a presentarsi ogni giorno in una caserma per una firma. Che valenza può avere per un senza fissa dimora che può scomparire nel nulla come un fantasma? Con che spirito un tutore dell’ordine può svolgere il proprio dovere sapendo che se qualcuno lo spedisce in ospedale al massimo rischia di doversi presentare in una caserma?

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