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Gli immigrati vanno in pensione dopo 5 anni di contributi,per noi ne servono molti di piu

Assurdo, Gli immigrati vanno in pensione con soli 5 anni di contributi.

Mentre se gli italiani non versano contributi per almeno 20 anni, perdono tutto ciò che si sono conservati!

Questo è tutto ciò che riporta un articolo “La verità” nuovo quotidiano fondato da Maurizio Belpietro sbarcato nelle edicole da qualche giorno.

L’articolo, firmato dalla penna di Francesco Borgonovo, dice: “E’ tutto scritto lì, sul sito dell’Inps. Con tagliente semplicità, quasi con una punta di burocratico compiacimento, viene illustrato il privilegio di cui godono i lavoratori immigrati”.

Continua ancora: “non è vero che gli stranieri lasciano un tesoretto: se tornano a casa possono riprendersi ciò che hanno dato. E senza le restrizioni previste per gli italiani. Riscuotono anche se non hanno effettuato i versamenti minimi”.

Insomma, l’immigrato che ritorna a casa sua non perde i contributi versati.

“Tutt’altro. Ha diritto ad avere una pensione di vecchiaia erogata dall’Inps esattamente come i cittadini italiani. E qui la questione si fa interessante. Il sito dell’Inps spiega che, per “gli extracomunitari rimpatriati” si devono distinguere due casi, “a seconda che la pensione venga calcolata con il sistema contributivo o retributivo”.

Tutto questo è possibile leggerlo sul sito ufficiale dell’Inps per la questione “Trattamenti pensionistici ai lavoratori extracomunitari rimpatriati”.

“in caso di rimpatrio definitivo il lavoratore extracomunitario con contratto di lavoro diverso da quello stagionaleconserva i diritti previdenziali e disicurezza sociale maturati in Italia e può usufruire di tali diritti anche se non sussistono accordi di reciprocità con il Paese di origine”.

In basso al titolo “Pensione di vecchiaia” è scritto: “Si devono distinguere due casi, a seconda che la pensione venga calcolata con il sistema contributivo o retributivo. Nel primo caso, i lavoratori extracomunitari assunti dopo il 1° gennaio 1996, possono percepire, in caso di rimpatrio, la pensione di vecchiaia (calcolata col sistema contributivo) al compimento del 66° anno di età e anche se non sono maturati i previsti requisiti (dunque, anche se hanno meno di 20 anni di contribuzione).
Nel secondo caso, i lavoratori extracomunitari assunti prima del 1996 possono percepire, in caso di rimpatrio, la pensione di vecchiaia (calcolata con il sistema retributivo o misto) solo al compimento del 66° anno di età sia per gli uomini che per le donne e con 20 anni di contribuzione”.

Questo è tutto ciò che riporta il sito ufficiale dell’Inps.

Fonte: web-news24

Sicilia, i vitalizi passano di padre in figlio. Ex onorevoli più costosi di quelli in carica

L’avvocato trapanese Elios Costa fu eletto all’Assemblea Regionale Siciliana con 14mila voti. Era il 1947, il presidente del consiglio si chiamava Alcide De Gasperi, George Marshall non aveva ancora presentato al mondo il suo celebre piano di aiuti economici per l’Europa, e quella era la prima legislatura del parlamento siciliano in epoca repubblicana. Costa rimase all’Ars solo tre anni, non venne rieletto nel 1951, e a Palazzo dei Normanni non mise più piede. Forse non avrebbe mai immaginato che quei tre anni da deputato regionale avrebbero fruttato più di duemila euro al mese di vitalizio: assegno che dopo la morte di Costa, viene percepito dalla moglie. Solo uno dei 117 casi in cui il vitalizio dell’Ars viene erogato a coniugi o figli di ex deputati grazie alla reversibilità: in totale costano 522mila euro al mese, 6 milioni e duecentomila euro l’anno. Tutto secondo legge, dato che gli ex deputati dell’Ars hanno diritto al vitalizio anche se sono stati in carica per pochi mesi (a patto di riscattare il resto degli anni fino a completare una legislatura intera), e dopo la morte hanno la possibilità di girare l’assegno ai coniugi o ai figli, a patto che questi ultimi siano “in stato di bisogno”.

Capita così che per quei pochi anni trascorsi all’Ars da Costa nel dopoguerra, Palazzo dei Normanni debba riconoscere ogni mese il vitalizio alla moglie, anche ora che dall’elezione dell’avvocato trapanese sono trascorsi quasi settant’anni. Lo stesso assegno arriva ogni mese alle vedove di Michele Semeraro, eletto nel Blocco del Popolo, e di Francesco Lanza di Scalea, che a Palazzo dei Normanni entrò invece sotto le bandiere del Blocco liberarale democratico qualunquista: dopo soli tre anni da deputati, si sono assicurati un assegno mensile quasi perpetuo. Si dovrà accontentare di appena mille euro invece Anna Rosa Baglione, rimasta da poco vedova di Franco Bisignano, che all’Ars neanche ci mise mai piede. Si candidò nel 1976 con il Movimento Sociale Italiano, fu il primo dei non eletti e rimase fuori dal Parlamento Regionale. Bisignano però, come racconta l’edizione palermitana di Repubblica, non si arrese: iniziò a farsi chiamare “onorevole” (anche se era soltanto sindaco del minuscolo comune di Furnari, nel messinese) e cominciò una guerra a colpi di carta bollata contro Antonino Fede, eletto al suo posto, ma non residente in Sicilia.

Alla fine nel 1996 il tribunale gli dà ragione: solo che la legislatura si è conclusa da “appena” 15 anni. Poco male però: a Bisignano viene concessa comunque la liquidazione e il vitalizio, che adesso passa alla vedova. L’agricoltore Carmelo Antoci, reduce della guerra d’Africa, trascorse all’Ars le prime due legislature, dal 1947 al 1955: da 36 anni, e cioè dal 1978 data della morte dell’ex onorevole, il vitalizio arriva puntuale ogni mese alla sorella. Dopo anni di segretezza dovuti a non meglio specificati motivi di privacy, l’Ars ha deciso di pubblicare on line i dati relativi ai vitalizi erogati. Si scopre così che i deputati ancora in vita che percepiscono un assegno da Palazzo dei Normanni sono 180 e costano 902mila euro al mese, quasi undici milioni l’anno. In pratica tra assegni di reversibilità e vitalizi diretti, gli ex parlamentari siciliani costano ogni anno più di quelli in carica, che invece, dopo la spending review imposta dal governo Monti, pesano sul bilancio di Palazzo dei Normanni per “appena” sedici milioni l’anno. Fino al 2011, tra l’altro, il vitalizio erogato dall’Ars era cumulabile con altre pensioni, o vitalizi legati ad altre cariche elettive.

È il caso di Calogero Mannino, l’ex ministro democristiano attualmente imputato nel processo sulla Trattativa Stato – mafia, che percepisce in totale diecimila e cinquecento euro al mese dalla Camera dei deputati e dall’Assemblea regionale siciliana. Arriva ai tredicimila euro tondi, invece, il bonifico mensile sul conto di Emanuele Macaluso, il leader dei miglioristi del Pci, ex senatore ed ex deputato regionale. È stato cancellato dalle liste del Pd perché considerato “impresentabile”, invece, Mirello Crisafulli: ciononostante arriva a guadagnare quasi settemila euro al mese dopo gli anni trascorsi tra Palazzo dei Normanni e Palazzo Madama. Non incassa il doppio vitalizio Salvatore Caltagirone di Alleanza Nazionale: secondo il sito dell’Ars, a palazzo dei Normanni trascorse solo quattro mesi, uno scampolo finale della dodicesima legislatura. Quanto basta per intascare tremila euro al mese di vitalizio.

ilfattoquotidiano

Mps prestava i soldi ai ricchi, loro non li ridavano ecco i nomi:

Fra i debitori che non hanno onorato i debiti verso il Montepaschi c’è anche Giuseppe Garibaldi. Incidenti che capitano alla banca più antica del mondo. Evidentemente anche in tempi non sospetti, a Siena sentivano il fascino della camicia rossa. Ma soprattutto rivelavano una certa reverenza nei confronti dei poteri forti. Preferibilmente in odore di massoneria.

Nell’archivio della banca c’è questa lettera dell’Eroe dei Due Mondi: «Signor Esattore mi trovo nell’impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile». Correva l’anno 1863 e non sapremo mai il destino di quel debito.

C’è anche da dire che a Siena avevano una certa dimestichezza con i protagonisti del Risorgimento. Fra il 1928 e il 1932, infatti, la banca era entrata in possesso della tenuta di Fontanafredda che Vittorio Emanuele II aveva regalato alla Bella Rosina. Gli eredi se l’erano fatta espropriare per un debito non pagato. Un npl (non performing loans) in versione reale.
Giuseppe Garibaldi e i nipoti della moglie del Re che non poteva diventare Regina. A Siena sono sempre stati molto trasversali nella scelta dei loro clienti. E anche le sofferenze rifiutano il monocolore. Così fra i clienti che non hanno rimborsato figurano la Sorgenia della famiglia De Benedetti e Don Verzè che, grazie anche all’amicizia con Silvio Berlusconi aveva fondato l’ospedale San Raffaele portandolo anche al dissesto con un buco di duecento milioni. Dagli archivi risultava anche, almeno fino all’anno scorso, una fidejussione di 8,3 milioni che il Cavaliere aveva rilasciato a favore di Antonella Costanza, la prima moglie del fratello Paolo. La signora aveva acquistato, per nove milioni, una villa da sogno in Costa Azzurra e poi aveva dimenticato di pagarla. A Siena, però, conoscevano bene la famiglia Berlusconi e si fidavano. Erano stati i primi a credere nella capacità imprenditoriali di Silvio e non se n’erano certo pentiti.

Non altrettanto bene però, sono andate le cose con il gruppo che fa capo a Carlo De Benedetti, l’eterno rivale del Cavaliere. Sorgenia, il gruppo elettrico guidato da Rodolfo, primogenito dell’Ingegnere, ha lasciato un buco da 600 milioni. Le banche hanno trasformato i debiti in azioni. Ora sperano di trovare un compratore. Il cuore di Sorgenia è rappresentato da Tirrenia Power le cui centrali sono localizzate in gran parte fra la Liguria e l’Italia centrale. Naturale che Mps fosse in prima linea nel sostenere l’investimento e oggi a dover contabilizzare le perdite.

Ma i problemi di Mps non si fermano alla Toscana e zone circostanti. La forte presenza in Lombardia attraverso la Banca Agricola Mantovana ovviamente l’ha portata in stretti rapporti d’affari con il gruppo Marcegaglia che ha sede da quelle parti. Fra l’altro Steno, fondatore dell’azienda siderurgica, era stato uno dei soci della Bam che aveva favorito l’ingresso di Siena. Tutto bene fino a quando al timone è rimasto il vecchio. Poi è toccato ai figli Antonio ed Emma. Complice la crisi economica, hanno accumulato un’esposizione di 1,6 miliardi che le banche hanno dovuto ristrutturare aggiungendo altri 500 milioni.

Ma a parte questi nomi eccellenti chi sono gli altri debitori che hanno mandato in crisi la banca più antica del mondo? La ricerca non è facile. Il gruppo dei piccoli azionisti del Monte guidato da Maria Alberta Cambi (Associazione del Buongoverno) ha cercato l’identità delle insolvenze. I dirigenti della banca si sono rifiutati di rispondere schermandosi con le regole della privacy. Qualcosa, però, hanno detto. Non i nomi ma almeno la composizione.

Viene fuori che il 70% delle insolvenze è concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti per più di 500mila euro. In totale si tratta di 9.300 posizioni e il tasso di insolvenza cresce all’aumentare del finanziamento. La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Ovviamente un tasso di mortalità così elevato sulle posizioni più importanti apre molti interrogativi sulla gestione. Anche perché la gran parte dei problemi nasce dopo l’acquisizione di Antonveneta. Prestiti concessi nel 2008 che finiscono a sofferenza nel 2014. Certo sono gli anni della grande crisi. Ma non solo. La scansione dei tempi dice anche un’altra cosa: Mussari e Vigni hanno concesso i crediti. Profumo e Viola hanno dovuto prendere atto che erano diventati fuffa.

liberoquotidiano.it

Roma, il Pd candida Stefano Mentana, il figlio di Enrico sceglie la politica

Anche a casa Mentana ci si prepara per le amministrative di domenica prossima. A Roma al Municipio I si candida Stefano Mentana il figlio del direttore di Tg  La7. Il giovane Mentana, 26 anni ancora non compiuti, laureato in storia dell’arte, si candida con il Pd. Già segretario dei GD, giovani democratici, ora prova il salto alle amministrative. Stessa grinta di papà Enrico, nel suo programma per le amministrative mette al centro la viabilità, i giovani e la trasparenza. “Attraverso gli Open Data, il Municipio può rendere accessibili ad ogni cittadino tutti gli atti ed i procedimenti amministrativi”, spiega Mentana. Sul fonte trasporti pensa ad una “Green Card”: “Un patto per la mobilità sostenibile. Istituzione di una “Green Card”, una tessera che offra, insieme, l’abbonamento annuale dell’ATAC e l’accesso ai servizi di Bike Sharing e Car Sharing. Solo offrendo una concreta alternativa al mezzo privato si potrà combattere il problema del traffico”. Infine per i suoi coetanei pensa a nuovi luoghi di aggregazione. “Spesso i giovani sono trattati in maniera marginale, ma se siamo il futuro del Paese, forse meritiamo più attenzione. Nel I Municipio mancano centro polifunzionali per attività dei giovani, così come non vi è un ostello della Gioventù per i tanti ragazzi stranieri che per tanti motivi vengono a Roma. Nel Municipio che vogliamo, esistono , invece, luoghi di questo tipo”. Insomma Stefano non pensa proprio al giornalismo. Lui vuole fare politica. Diventerà famoso come il papà? (I.S)

liberoquotidiano.it

 

Il dramma di Angelo, morto di freddo in strada. Aveva chiesto aiuto al sindaco in TV

AVELLINO – E’ stato trovato all’interno del Mercatone di Avellino in via Quattrograne, il corpo senza vita di Angelo Lanzaro, 43enne senza fissa dimora, originario di Visciano in provincia di Napoli. Angelo, aveva una compagna e 3 figli. Da circa un anno, però, aveva avuto enormi difficoltà che lo avevano costretto a vivere di stenti, accampandosi nella struttura abbandonata e malridotta. Con lui vivevano altri due uomini coi quali condivideva un’amicizia nata proprio nella disperazione.
 
A determinare la morte dell’uomo è stato proprio l’abbassamento drastico delle temperature di questi giorni. Angelo non ha retto al freddo: questa mattina Sergio,uno dei suoi amici che gli dormiva di fianco, lo ha visto livido, ha cercato di rianimarlo, ma ormai non c’era più nulla da fare.Una tragedia annunciata perché tutti sapevano dei senzatetto che vivevano al freddo e nello sporco della struttura. Dormivano uno accanto all’altro Sergio e Angelo da almeno un anno, e con loro un rumeno che lì dentro invece dorme da 10 anni.
 
In quel dedalo infernale del Mercatone, in quel profondo inferno di disperazione ha trovato la morte. Non ha retto al crollo termico. I tre amici tentavano di farsi coraggio in quel box. Poi, stamattina, la tragedia.Il 43enne in un video denuncia a dicembre all’emittente irpina Tele Nostra aveva chiesto aiuto al Sindaco per la sua situazione. Un appello che però è rimasto inascoltato e questa notte Angelo ha lasciato la moglie e i suoi tre figli a cui tanto desiderava regalare un Natale da famiglia normale. In tanti ora chiedono le dimissioni del sindaco Foti e della sua giunta: “un obbligo per chi ha coscienza e dignità”.

L’INTERVISTA DI ANGELO A TELE NOSTRA

ilmeridianonews.it

FALCONE STAVA INDAGANDO SUI FINANZIAMENTI ILLECITI AL PARTITO COMUNISTA. UCCISO 3 GIORNI PRIMA DEL VIAGGIO A MOSCA

Falcone morì tre giorni prima di un viaggio a Mosca per indagare sui finanziamenti illeciti al Pci

Il mistero ha il volto sornione di Francesco Cossiga, ottavo presidente della Repubblica italiana. Nel corso del tempo, quattro diversi ministri hanno dichiarato pubblicamente
che Giovanni Falcone, nel giugno 1992, avrebbe dovuto recarsi in Russia per confermare una cooperazione giudiziaria sul tema, parlandone (e non era la prima volta) con Valentin Stepankov, allora giovane procuratore generale della Federazione Russa. Tra la metà del 1991 e i primissimi mesi del 1992, sostengono tre di quei quattro ministri, Falcone aveva ricevuto direttamente da Cossiga, all’epoca capo dello Stato, l’incarico di seguire dal versante italiano le indagini avviate nella Russia post-sovietica sul cosiddetto «oro di Mosca»: rubli e dollari versati per un valore di oltre 989 miliardi di lire tra il 1951 e il 1991.

Quella montagna di denaro era stata spedita in quarant’anni al Pci, e al suo scioglimento (nell’ottobre 1989) anche al suo erede, il Pds: il mittente era il Fondo di assistenza internazionale ai partiti e alle organizzazioni operaie e di sinistra. Si tratta di quasi 1000 miliardi di lire, che hanno pesantemente condizionato la vita politica del secondo dopoguerra. […]

In tanti hanno cercato di negarlo. Falcone e l’oro di Mosca? Un’inchiesta? Un incarico ufficiale a indagare, sollecitato addirittura da Cossiga? Macché, non risulta. La prima smentita venne il 28 maggio 1992 con una nota del ministero della Giustizia: «Le notizie apparse circa presunte indagini avviate da Giovanni Falcone sulle esportazioni illegali di valuta effettuate nel passato dal Partito comunista dell’Unione Sovietica sono destituite di ogni fondamento». Ma è un falso storico. Particolarmente paradossale, visto il mittente. Perché sette anni dopo l’ex Guardasigilli Martelli, in un convegno romano organizzato l’8 novembre 1999 per presentare il libro Ora da Mosca di Valerio Riva e Francesco Bigazzi, uscito un mese prima, conferma che Falcone era coinvolto nell’indagine tra Italia e Russia, eccome. A Roma, Martelli parla davanti a un folto pubblico. E dice testualmente: «Falcone un giorno venne in ufficio da me, e ricordo che fra gli altri argomenti mi parlò di questa questione. Era molto eccitato, e lo era sia perché aveva avuto un’eccellente impressione di Valentin Stepankov, di cui mi disse: “È un uomo di prim’ordine”, e poi per la materia, evidentemente un po’ incandescente, o almeno scottante, e in terzo luogo perché pensava, sfruttando anche quest’episodio, di poter inaugurare una stagione di collaborazione giudiziaria con l’ex Unione Sovietica, con la quale non c’era un rapporto di cooperazione». [..] «Lui me ne parlò e io lo incoraggiai ad andare a Mosca per prestare appunto tutta l’assistenza, la collaborazione ai nostri magistrati, e anche per trovare la possibilità di inaugurare una forma di cooperazione giudiziaria stabile». […]

 

In effetti, tre giorni esatti dopo la morte di Giovanni Falcone, anche il quotidiano moscovita «Novye Izvestia» pubblicò una notizia che in Italia passò quasi inosservata. Il 26 maggio 1992 il giornale rivelò che tra la fine di maggio e i primi di giugno di quell’anno, così di fuoco per l’Italia politica e giudiziaria, Falcone sarebbe dovuto «tornare a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus». La pista dell’oro di Mosca nel corso del tempo è stata battuta e poi abbandonata, ma ancora oggi resta fra le più misteriose e suggestive tra le possibili concause della morte di Falcone. Secondo la «Novye Izvestia» di ventitré anni fa, il magistrato sarebbe stato incaricato di coordinare le indagini su un colossale riciclaggio dei fondi del Pcus in Italia, «su invito dell’ex presidente della Repubblica italiana,
Francesco Cossiga». Falcone, scriveva ancora il quotidiano russo, «lavorava in coordinamento con la squadra speciale che si occupa della medesima indagine a Mosca».

L’Italia, per la «Novye Izvestia», «faceva parte del ristretto numero di Paesi in cui i soldi del disciolto Pcus e dello Stato so-vietico scorrevano a fiumi: solo negli anni Settanta, 6 milioni
di dollari erano stati trasferiti annualmente dal Politburo come aiuti fraterni». «Non è escluso» aggiungeva l’articolista russo «che i fondi del partito e dello Stato [l’Urss] siano stati pompati in strutture occulte italiane per altre strade: attraverso Paesi terzi, sotto forma di tangenti per contratti, e come profitti derivanti dal traffico illegale di oro e di altri preziosi. L’Italia non veniva scelta a caso per gli investimenti del partito. Le strutture della mafia molto sviluppate, la posizione di forza dei comunisti locali, i solidi contatti stabiliti da tempo, tutto ciò prometteva grandi profitti agli investitori del Pcus.»

[Dal libro “Il viaggio di Falcone a Mosca“, di Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov, con i contributi di Maurizio Tortorella e Carlo Nordio, 2015, Mondadori]

Fonte: www.qelsi.it

Tratto da: Lo Sai

Marine Le Pen ne e’ sicura,per il bene della Francia fuori da NATO e UE

Il leader del Fronte Nazionale di Francia Marie Le Pen ha detto che il Paese deve uscire dalla NATO e Unione Europea, lasciare la zona euro contemporaneamente con gli altri Stati

“Frexit fa parte della mia politica” ha detto Le Pen in un’intervista al quotidiano greco Krijakatiki Demokratia, confermando i suoi piani di prendere parte alle elezioni presidenziali del 2017. A suo parere, quando la Francia uscirà dall’UE e dalla zona euro, lo stesso dovrebbe fare Portogallo, Italia, Spagna, Irlanda, Grecia e Cipro. “L’ideale sarebbe che tutti questi Paesi uscissero nello stesso giorno della Francia e cercherò di convincerli” ha detto. “La gente deve avere la possibilità di votare per la liberazione dalla schiavitù e dal ricatto da parte dei tecnocrati a Bruxelles, restituire la sovranità del paese. Gli inglesi lo hanno capito e hanno votato per l’uscita dall’Unione Europea, anche se, naturalmente, loro non hanno mai cambiato la sterlina con l’euro” ha detto la Le Pen. Il politico ha detto che l’euro non è solo una moneta, ma uno strumento di ricatto. “Dove c’è l’euro, sono aumentati prezzi, tasse e disoccupazione, sono diminuiti i salari e le pensioni e i cittadini sono diventati più poveri” ha aggiunto la leader del Fronte Nazionale. Lei ritiene che l’Unione Europea debba diventare una libera confederazione di Stati, rispettosa della sovranità nazionale e il fondo monetario Internazionale deve essere eliminato. Le Pen ha detto che se diventerà Presidente, la Francia non rimarrà nella NATO, perché questa organizzazione non è più necessaria. “È stata creata quando c’era la minaccia del patto di Varsavia e l’espansione comunista dell’Unione Sovietica. L’URSS non c’è più, come non c’è il patto di Varsavia. Washington sostiene l’esistenza della NATO per gestire i suoi obiettivi in Europa” ha detto Le Pen. Di nuovo Le Pen ha annunciato la sua intenzione di porre fine alla migrazione incontrollata. “Ripeto la mia promessa per dare alla Francia il controllo completo sui confini nazionali, per porre fine al trattato di Schengen. Il mito della libera circolazione in Europa dovrebbe essere sepolto” ha detto la Le Pen.

sputniknews

Italia, potenza scomoda: dovevamo morire!

Italia, potenza scomoda. Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia.

È il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di BerlinoLa Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est, i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.

Questa è la drammatica ricostruzione fatta da Nino Galloni (foto) – docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato – che nel fatidico 1989, era consulente del Governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca.

Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, finché potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».

Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano, grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico, assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio, ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima».

Col divorzio tra Bankitalia e Tesoroper la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil.

conoscenzealconfine.it

Vacanze di lusso in cambio di fondi,Roberto Formigoni condannato a sei anni per corruzione nella sanità lombarda.

L’ex governatore della Regione Lombardia, attuale senatore Ncd e presidente della Commissione agricoltura, riconosciuto colpevole in primo grado per i casi San Raffaele e Maugeri, due fra i maggiori scandali della sanità regionale. Caduta l’associazione a delinquere. Disposti anche sei anni di interdizione dai pubblici uffici e il pagamento di tre milioni al Pirellone, in solido con i coimputati Daccò (nove anni e due mesi) e Simone (otto anni e otto mesi). Sette anni a Passerino, ex direttore della clinica pavese.

 

Le “utilità” ricevute dal “Celeste” in cambio di finanziamenti pubblici per 200 milioni alle strutture private stimate dai pm Pedio e Pastore in 8 milioni, tra vacanze e contanti. Il legale: “Cortesie, non tangenti”. Cinque assolti, tra loro Perego e Lucchina. Confische complessive per 53,8 milioni

L’ex presidente della Lombardia, e senatore di Ncd, Roberto Formigoni è stato condannato a 6 anni di carcere per corruzione, mentre è caduta – “per non aver commesso il fatto” – l’accusa di associazione a delinquere. Lo ha deciso la decima sezione penale del Tribunale di Milano nel processo sul caso Maugeri e San Raffaele per il quale l’ex numero uno del Pirellone era imputato con altre nove persone. La sentenza, letta nella maxi aula della Prima Corte d’Assise d’Appello, la stessa dei processi a carico di Silvio Berlusconi, arriva otto mesi dalla richiesta di pena, quantificata dai pm in nove anni. E innesca subito la polemica politica, non solo regionale, mentre il governatore leghista Roberto Maroni sceglie di “prendere atto” senza ulteriori commenti.

Le condanne per Daccò e gli altri
Per il “Celeste”, alla guida della Regione ininterrottamente dal 1995 al 2013, già democristiano ed esponente di Forza Italia di osservanza ciellina, poi approdato fra gli alfaniani, i giudici hanno disposto anche sei anni di interdizione dai pubblici uffici. Il tribunale ha condannato Formigoni in solido con Pierangelo Daccò e l’ex assessore Antonio Simone – coimputati al processo, entrambi ciellini – a versare una provvisionale complessiva alla Regione Lombardia di 3 milioni di euro. Daccò è stato condannato a 9 anni e 2 mesi (l’accusa aveva chiesto 8 anni e 8 mesi) e Simone a 8 anni e 8 mesi come chiesto dalla pm Laura Pedio e Antonio Pastore. Condannati anche l’ex direttore amministrativo della Maugeri, Costantino Passerino, a 7 anni, e l’imprenditore Carlo Farina a 3 anni e 4 mesi.

Confiscato il tesoretto del Celeste
Il tribunale ha disposto la confisca di circa 6,626 milioni di euro, in beni tra i quali quadri, quote di proprietà di sette ‘abitazioni’ (da Sanremo a Lecco ad Arzachena), di due box, di un terreno, di un ufficio e di un negozio a Lecco, oltre a tre auto e conti correnti. Per quanto riguarda la quota del 50% di proprietà della villa in Sardegna il cui acquisto era stato uno dei punti al centro dell’inchiesta, i giudici hanno deciso il trasferimento di quelle quote in capo allo storico amico di Formigoni, Alberto Perego, assolto oggi insieme ad altri quattro imputati: l’ex moglie di Daccò Carla Vites, l’ex dg della sanità regionale Carlo Lucchina, l’ex segretario generale del Pirellone Nicola Maria Sanese e l’ex dirigente regionale Alessandra Massei. I pm avevano chiesto le loro condanne. In particolare avevano chiesto 5 anni e 6 mesi di carcere per Lucchina e Sanese e 5 anni per Perego. Le confische disposte dal tribunale a carico dei cinque condannati ammontano a oltre 53,8 milioni di euro: 15,9 milioni a Simone, 23,353 a Daccò, 8 a Passerino.

La difesa: “Presenteremo appello, erano cortesie”
La difesa di Formigoni attende di leggere le motivazioni e poi presenterà ricorso in appello, ha spiegato l’avvocato Mario Brusa, uno dei legali del senatore. “Un’ottima cosa”, ha aggiunto, l’assoluzione dell’ex Governatore dall’associazione per delinquere. Un altro difensore del politico Ncd, Luigi Stortoni, aggiunge all’Ansa che non di corruzione ma di “cortesie” nei confronti del Celeste si è trattato: “L’assoluzione dei funzionari della Regione dimostra che le attività erano svolte in maniera legale e che la sanità lombarda era gestita correttamente. Questo conferma che i cosiddetti benefit non erano corruzione ma ‘cortesie‘”. “Questo risultato oltremodo ci sorprende”, hanno commentato invece gli avvocati Gabriele Vitiello e Matteo De Luca, legali di Daccò. “È una sentenza che di certo stravolge la verità – hanno aggiunto -. Attendiamo ovviamente di leggerne le motivazioni per predisporci a un doveroso atto di appello”.

L’accusa: “Corrotto con viaggi e vacanze”, la difesa: “Un teorema”
Per l’accusa il faccendiere Pierangelo Dacco‘, già condannato nel processo San Raffaele, e l’ex assessore lombardo Antonio Simone sarebbero stati “il borsellino” attraverso cui l’allora governatore avrebbe goduto di una serie di benefit di lusso, tra cui “viaggi ai Cairabi e barche con tanto di champagne a bordo”. In questo modo il Celeste, per i pm di Milano Laura Pedio e Antonio Pastore, era “capo” di un “gruppo criminale” che avrebbe “sperperato 70 milioni di euro di denaro pubblico con un grave danno al sistema sanitario”. Soldi tolti ai malati per i suoi sollazzi, grazie a “corruzione sistemica durata 10 anni”. Soldi “rubati, rubati ai malati della Regione Lombardia, soldi pubblici che erano destinati a curare malattie, ad accorciare liste di attesa, ad aumentare posti letto, a comprare farmaci… – aveva detto il pm -. E anche i soldi con cui è stato costruito un ospedale in Cile per i bambini cerebrolesi sono stati rubati ad altri malati”.

Formigoni né da indagato né da imputato, come era suo diritto, si è fatto interrogare, ma per gli inquirenti durante le dichiarazioni spontanee, in cui affermava che i suoi atti erano legittimi e incontestabili bollando come un teorema le ricostruzione della Procura di Milano, ha “mentito”. Ed è venuto a farlo, aveva aggiunto il pm Pedio, “qua in aula da senatore della Repubblica e da presidente della Commissione Agricoltura”. Secondo l’accusa, dalle casse della Fondazione Maugeri – il cui ex presidente Umberto Maugeri – ha patteggiato una pena a sarebbero usciti circa 61 milioni di euro tra il ’97 e il 2011 e dalle casse del San Raffaele, tra il 2005 e il 2006, altri nove milioni di euro. Tutti soldi che sarebbero confluiti sui conti e sulle società di Daccò e Simone, considerati i collettori di quelle tangenti fatte di giornate in barche e flûte, di cene e vacanze, quantificate in circa otto milioni di euro. E lui in cambio, sempre secondo l’accusa, avrebbe favorito la Maugeri e il San Raffaele con atti di Giunta garantendogli rimborsi per 200 milioni di euro.

Formigoni, l’amico Perego e la villa in Sardegna
Formigoni, assieme all’amico di una vita e anche lui tra i ‘memores domini’, Alberto Perego, avrebbe avuto “i poteri di armatore” su tre yacht che, uno dietro l’altro, Dacco’ gli avrebbe messo a disposizione per il suo “uso esclusivo”, con tanto di “cabine riservate” e “marinai” a disposizione per un totale di circa 4,7 milioni di euro. Oltre, poi, a cinque viaggi ai Caraibi interamente pagati, a un finanziamento da 600mila euro per una campagna elettorale nel 2010, alle cene per la quali Formigoni “non sborsava come al solito neanche un centesimo”. Dacco’ avrebbe garantito, a detta dei pm, a Formigoni e al suo “prestanome” Perego un maxisconto da 1,5 milioni di euro sull’acquisto di una villa in Sardegna non potendo Perego pagare “il mutuo da oltre 6mila euro”, l’ex numero uno del Pirellone nel dicembre del 2010 lo nominò, hanno ricostruito i pm, come membro del cda dell’Istituto nazionale di genetica molecolare garantendogli cosi’ “uno stipendio superiore ai 100mila euro all’anno”.

Pm: “I conti correnti silenti di Formigoni che non si comprava neanche un vestito”
Durante la requisitoria il pm aveva descritto anche una scena definita “agghiacciante”. Quella di un Presidente che consegna buste di contanti a un direttore di banca nel Palazzo della Regione e si raccomanda di non versarli sul suo conto ma su un conto di ‘transito’”. Formigoni, infatti, sempre secondo i pm, avrebbe goduto anche di “parte di quegli milioni di euro in contanti”‘ di Dacco’. Tra il 2002 e il 2012, invece, “i conti del Presidente sono rimasti silenti” perché, aveva detto il pm Pedio, “lui non si comprava neanche un vestito, non si pagava neanche un aereo per andare in Sardegna a godersi la sua bella barca”.

 

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Di Battista: “Un referendum sull’euro per far decidere gli italiani”​

“Euro ed Europa non sono la stessa cosa. Noi vogliamo solo che siano gli italiani a decidere sulla moneta”, ha dichiarato Alessandro Di Battista al Die Welt.

Sulle possibili conseguenze il pentastellato ha detto: “Conosco bene quali sono le conseguenze dell’introduzione dell’euro, la perdita di potere d’acquisto, il calo delle retribuzioni, la riduzione della capacità di concorrenza delle imprese, il degrado sociale, la disoccupazione. Se l’Europa non vuole implodere deve accettare che non si può andare avanti così. Nel 2017 ci saranno elezioni importanti. In Francia probabilmente vinceranno i gollisti o Le Pen. In Germania la cancelliera ce la farà anche stavolta, ma i movimenti alternativi, chiamiamoli così, avanzano”.

Nell’intervista dal titolo Salvate l’Europa dei popoli, l’esponente pentastellato ha ribadito la volontà del Movimento 5 Stelle di correre per vincere le prossime elezioni. E alla domanda se lui si senta personalmente pronto a governare ha risposto: “Saranno i cittadini a deciderlo. Noi siamo pronti a candidarci e con maggiore determinazione rispetto al 2013”.

Il giornalista incalza poi Di Battista su alcune polemiche come ad esempio le divisioni interne del Movimento. Il pentastellato ha risposto: “Il Movimento 5 stelle non ha correnti. Sono i media che lo dicono”. E ancora sui presunti soldi presi da Putin: “No, anche in questo caso si tratta di un’insinuazione dei media, per la precisione di due giornalisti. Li abbiamo querelati”.

Di Battista passa poi a elencare i punti del programma: “Noi diamo la precedenza alle piccole e medie imprese. Intervenendo in questo ambito la ripresa è assicurata. L’imposizione fiscale deve diminuire. Servono istituti finanziari pubblici che consentano investimenti a favore di queste imprese e il reddito di cittadinanza”. Il modo per finanziare il tutto è “con una seria lotta alla corruzione, che secondo le stime della Corte dei conti costa allo Stato 60 miliardi di euro l’anno. Variando i termini di prescrizione, che interrompono migliaia di processi. Ai politici corrotti va impedito di ricandidarsi. Tutto questo porta denaro nelle casse dello Stato: la corruzione triplica i costi delle opere pubbliche”.

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