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Tac entro 60 giorni o scatta il diritto ad andare dal privato pagando solo il ticket

di Valeria Zeppilli – Le liste di attesa, in Italia, sono notoriamente lunghissime, con la conseguenza che molti cittadini, se hanno bisogno ad esempio di fare una TAC, si rassegnano ad attendere mesi e mesi e, magari, a subire anche rinvii dell’ultimo minuto o, se hanno la possibilità economica o una necessità urgente, a recarsi presso centri privati per sostenere gli esami a pagamento.

Con la conseguenza che quello che, almeno teoricamente, è un diritto costituzionalmente garantito diviene nei fatti un diritto da difendere con tutte le proprie forze e attingendo ai propri risparmi nonostante la presenza di un Servizio Sanitario Nazionale.

 

In barba all’articolo 32 della Costituzione, in forza del quale la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività […]”.

Il piano nazionale di governo delle liste d’attesa

Non tutti sanno, però, che in Italia esiste uno specifico Piano nazionale di governo delle liste d’attesa, elaborato dal governo, di intesa con le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano.

In esso sono stabiliti sia le priorità che i tempi massimi entro i quali il Servizio Sanitario Nazionale deve erogare esami, visite specialistiche, ricoveri ospedalieri e interventi chirurgici.

Le priorità temporali

Tale Piano, più nel dettaglio, prevede quattro priorità temporali che devono essere indicate dal medico nell’apposito campo presente sull’impegnativa utilizzando le lettere U, B, D e P.

In particolare, la lettera U dà diritto al cittadino ad ottenere l’erogazione della prestazione con urgenza entro 72 ore, purché egli provveda alla prenotazione entro 48 ore dalla data della prescrizione.

 

La lettera B, invece, connota le prestazioni che devono essere fornite in tempi brevi, al massimo entro 10 giorni.

La lettera D indica le prestazioni differibili, di prima diagnosi, da erogare entro 30 giorni se si tratta di visite o entro 60 giorni se si tratta di esami strumentali.

Infine, la lettera P indica le prestazioni programmate, da erogare al massimo entro 180 giorni. Queste ultime rappresentano l’ipotesi residuale, che trova applicazione anche nel caso in cui il medico non barri nessuna casella.

Esami strumentali con tempi di attesa garantiti

Il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa ha poi individuato anche 58 prestazioni, tra quelle offerte dal SSN, il cui tempo massimo d’attesa va garantito almeno al 90% dei cittadini che ne fanno richiesta.

Con particolare riferimento agli esami strumentali, da erogare entro 60 giorni, tra di essi rientrano anche le TAC, in particolare quelle, con e senza contrasto,

  • al torace,
  • all’addome (superiore, inferiore o completo),
  • al capo,
  • al rachide e allo speco vertebrale
  • al bacino.

Tra gli esami strumentali che vanno erogati entro 60 giorni al 90% dei cittadini ci sono, poi:

  • la mammografia,
  • la RMN cervello e tronco encefalico,
  • la RMN pelvi, prostata e vescica,
  • la RMN muscoloscheletrica,
  • la RMN colonna vertebrale,
  • l’ecografia capo e collo,
  • l’ecocolordoppler cardiaca
  • l’ecocolordoppler dei tronchi sovra aortica,
  • le ecografie addome, mammella e ostetrica-ginecologica.

Visite specialistiche con tempi di attesa garantiti

Tra le prestazioni con tempi di attesa garantiti rientrano anche alcune visite specialistiche, che vanno erogate addirittura entro 30 giorni.

 

Si tratta, nel dettaglio, delle visite:

  • cardiologica,
  • chirurgica vascolare,
  • endocrinologica,
  • neurologica,
  • oculistica,
  • ortopedica,
  • ginecologica,
  • otorinolaringoiatrica,
  • urologica,
  • dermatologica,
  • fisiatrica,
  • gastroenterologica,
  • oncologica
  • pneumologica.

Altri esami specialistici con tempi di attesa garantiti

Infine, l’elenco delle prestazioni per le quali i tempi di attesa sono garantiti si completa con altri esami specialistici da erogare entro 60 giorni.

Ci si riferisce, in particolare, a:

  • colonscopia
  • sigmoidoscopia con endoscopio flessibile
  • esofagogastroduodenoscopia
  • elettrocardiogramma (semplice, a dinamo, da sforzo)
  • audiometria
  • spirometria
  • fondo oculare
  • elettromiografia

Diritto ad andare dal privato

Cosa accade se tutti i predetti tempi non sono rispettati?

Il cittadino ha diritto ad andare dal medico privatamente, pagando solo il prezzo del ticket.

Già prima della stipula del primo Piano nazinoale, l’articolo 3 del decreto legislativo numero 124/1998 sanciva, infatti, l’obbligo per i direttori generali delle aziende unità sanitarie locali e ospedaliere di determinare i tempi massimi che possono intercorrere tra la data in cui una prestazione viene richiesta e quella in cui la stessa è erogata e la possibilità per l’assistito, qualora l’attesa si prolunghi oltre i predetti termini, di chiedere che la prestazione venga resa nell’ambito dell’attività libero-professionale intramuraria o, in subordine, ricorrendo a prestazioni interamente private.

In entrambi i casi, come detto, senza alcun costo aggiuntivo rispetto a quello del ticket.

Domanda

A tal fine è necessario presentare al direttore generale dell’Azienda Sanitaria Locale di appartenenza una richiesta in carta semplice nella quale indicare i propri dati personali e i riferimenti temporali che giustificano la domanda, documentandoli adeguatamente.

Bisognerà in altre parole rilevare e provare che la richiesta è stata presentata a una determinata data e che non è stata evasa nei termini massimi prescritti.

studiocataldi.it

Cartella di pagamento: dopo 5 anni scadono sanzioni e interessi

Se, dopo la notifica della cartella di pagamento, Equitalia non si fa più viva, i primi a scadere e a non essere più dovuti sono le sanzioni e gli interessi. La prescrizione per queste somme è, infatti, sempre di cinque anni, a prescindere dal tipo di tributo richiesto nella cartella stessa. Uno sconto che si può ottenere, quindi, sfruttando il tempo di inattività nella riscossione. È quanto chiarito dalla Commissione tributaria di Milano con una recente sentenza [1].

 

La prescrizione altro non è che il tempo entro il quale il creditore – nel nostro caso, lo Stato – può bussare alla porta e pretendere il pagamento. Nel caso delle cartelle esattoriali, i termini entro cui la prescrizione si realizza non sono sempre uguali, ma variano a seconda della causale della cartella di pagamento. In particolare:

  • per Iva, Irap e Irpef, la prescrizione è di 10 anni (anche se un recente orientamento riporta a 5 anni la prescrizione dei tributi che si devono pagare annualmente, quindi l’Irpef e l’Irap);
  • Canone Rai e diritti annuali della Camera di Commercio si prescrivono anch’essi entro 10 anni;
  • il bollo auto invece si prescrive dopo 3 anni, ma il termine inizia a decorrere non da quando l’imposta è dovuta ma dal 1° gennaio dell’anno successivo;
  • contributi previdenziali Inps e Inail si prescrivono in 5 anni;
  • anche le multe si prescrivono in 5 anni.

 

Per conoscere, nel dettaglio, tutti i termini di prescrizione e decadenza leggi la scheda dedicata ai termini di prescrizione delle cartelle Equitalia.

 

Spesso, nella cartella, si trovano voci tra loro diverse: ad esempio, multe non pagate, bollo auto e Iva. In questi casi, la cartella si «scompone» e la prescrizione seguirà le regole dei singoli tributi, con la conseguenza che l’atto non scade tutto nel medesimo giorno, ma ad esempio si prescriveranno prima le somme relative al bollo auto, poi quelle per le multe e infine l’Iva.

 

Ultima importante considerazione: il mancato pagamento delle imposte comporta sempre l’applicazione di sanzioni e interessi i quali vengono addebitati, a carico del contribuente, sulla cartella di pagamento e richiesti in un’unica soluzione con il tributo principale. Ebbene, su questo punto si sofferma la sentenza in commento. Che dice: «per sanzioni e interessi la prescrizione è sempre di 5 anni». E questo a prescindere dal tipo di imposta che ne è la causa. Così, è sempre di 5 anni la prescrizione di sanzioni e interessi per Iva, bollo auto, multe, contributi Inps, Irpef, ecc. Con la conseguenza che, ad esempio, su una cartella di pagamento per imposte sui redditi, scadranno prima gli interessi e le sanzioni e poi il tributo vero e proprio.

 

Attenzione però: se il contribuente riceve un sollecito di pagamento o qualsiasi altro atto che gli ricorda di dover versare le somme iscritte a ruolo, il termine di prescrizione si «interrompe» e inizia a decorrere nuovamente da capo, a partire dal giorno successivo alla notifica del sollecito stesso. Con la conseguenza che, in questo modo, in teoria la prescrizione potrebbe non verificarsi mai. Quindi, prima di procedere a un ricorso contro la cartella esattoriale, bisogna sempre ricostruire tutta la vicenda, risalire a tutti gli atti ricevuti da Equitalia e verificare se le singole notifiche sono intervenute prima o dopo il compimento della prescrizione: solo nel secondo caso, infatti, ci si libera dal debito.

[1] Ctp Milano, sent. n. n.7362/2016 del 22.09.2016.

[2] «Gli interessi, a norma dell’art. 2948 n. 4 cod. civ., si prescrivono nel termine breve di cinque anni (cassazione n. 4704/2001), mentre, anche per la riscossione delle sanzioni l’art. 20, co. 3, dlgs n. 472/1997 stabilisce che il diritto alla riscossione si prescrive nel termine di cinque anni».

laleggepertutti.it

Sculacciate ai bambini addio: in 52 Paesi sono vietate per legge

BUONE notizie per i bambini francesi. Il parlamento ha appena approvato il divieto di sculacciata, nei confronti delle piccole pesti, da parte di maestri e genitori. Un trionfo per i sostenitori della “non violenza” fisica. La Francia si aggiunge così ad una lista di 51 Paesi, già da tempo contrari a qualsiasi forma di punizioni corporali considerate inutili. Di più: dannose. La prima a schierarsi contro la sculacciata free, nell’ormai lontano 1979, era stata la Svezia. Seguita nel 1983 dalla Finlandia. Quindi negli anni sono arrivati la Tunisia, la Polonia, il Lussemburgo, l’Irlanda, l’Austria e molti altri Stati in tutto il mondo. Ultimi della lista, nel 2016, Mongolia, Paraguay e Slovenia. Nel 2014 è toccato alla nostra vicina di casa, la Repubblica di San Marino.

E in Italia? Pur non esistendo un’apposita norma, una sentenza della Corte Costituzionale del 1996 si è espressa contro l’uso di percosse (sculacciata compresa) nei confronti dei bambini. Anche se per un quarto dei genitori italiani, secondo una ricerca di Save the Children del 2012, la sculacciata è ancora considerata come un valido gesto educativo. E persino il Papa, nel febbraio di due anni fa, aveva sdoganato la sculacciata creando non poche polemiche.

La decisione del parlamento francese arriva dopo che nel 2015 il Paese era stato simbolicamente condannato dal Consiglio d’Europa perché ancora carente di una “legge che vietasse in modo chiaro, vincolante e preciso le pene corporali tra cui schiaffi e sculacciate violando l’articolo 17 della Carta europea dei diritti sociali”. Con il nuovo anno genitori e insegnanti dovranno accontentarsi, al massimo, di una bella ramanzina punitiva. Diversa la situazione nei paesi anglosassoni dove metà dei genitori sono ancora pro scappellotto.

Ma cosa ne pensano gli educatori di una legge ad hoc che salvaguardi i più capricciosi? Per Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra, professore e presidente del CAF Onlus Centro Aiuto al Bambino Maltrattato: “Queste leggi sono utili quando nell’immaginario collettivo è già chiaro che il valore educativo del dolore, fisico quanto morale, sono pari allo zero”. Spiega Pietropolli: “Siamo tutti d’accorso sul fatto che la sofferenza nei più piccoli non rafforza l’educazione e non migliora l’autostima. Anzi, può creare senso di colpa, paura e vendetta”. E aggiunge: “Una legge può aiutare a formalizzare il comportamento da parte dei genitori che temono di essere troppo permissivi. Grazie a una decisione come quella del parlamento francese, ci si trova di fronte ad un “aiutino normativo” che assicura di stare nel giusto”.

E già nel 1977 Tilde Giani Gallino, psicologa dello sviluppo e autrice di saggi sui processi cognitivi, pubblicava un libro in cui sosteneva che non si devono picchiare i bambini. “È chiaro che non si può che essere favorevoli ad una legge che vieti la violenza – precisa a distanza di 40 anni Giani Gallino – ma non bisogna neppure essere troppo liberali perché il rischio è che non esistano più vie di mezzo”. Come comportarsi dunque se si ha un figlio impenitente? “Parlare” è la sola strategia che funziona. “Naturalmente bisogna discutere con i ragazzi trattandoli come pari, dando loro dei consigli su come comportarsi e cercando di spiegare.

dove hanno sbagliato – aggiunge Giani Gallino – il problema ultimamente è che i genitori in casa sono troppo permissivi e quindi i bambini, abituati a vivere senza regole, quando arrivano in classe diventano un problema per gli insegnanti che non riescono più a gestirli”.

Quasi 200 giudici hanno interessi nelle strutture a cui affidano i minori

Sono poco più di un migliaio e si trovano all’interno dei 29 tribunali minorili di tutta Italia così come nelle Corti d’Appello minorili. Sono i giudici onorari minorili, e di fatto hanno il pallino in mano quando si tratta di affidamenti in casa-famiglia oppure a centri per la protezione dei minori.

Una figura prevista dall’ordinamento ma che continua a risultare anomala nonostante il peso determinante nelle decisioni nell’ambito dei procedimenti che riguardano i minori e gli affidamenti: nel settore infatti il giudizio di un giudice onorario minorile è pari a quello di un magistrato di carriera. Quando si decide nelle corti infatti giudicano due togati e due onorari, mentre in Corte d’Appello sono tre i togati e due gli onorari.

A definire il ruolo del giudice onorario minorile ci pensa una del 1934 e una riforma del 1956, ripresa nelle circolari del Consiglio Superiore della Magistratura: l’aspirante giudice oltre che ad avere la cittadinanza italiana e una condotta incensurabile, «deve, inoltre, essere “cittadino benemerito dell’assistenza sociale” e “cultore di biologia, psichiatria, antropologia criminale, pedagogia e psicologia”».

Il tema non fa rumore, ma tra queste circa mille persone che ricoprono incarichi lungo tutto lo stivale, c’è qualcosa che non funziona come dovrebbe. Il centro di alcune distorsioni del sistema rimane proprio all’interno delle circolari del Csm che ogni tre anni mette a bando posti per giudici onorari: all’articolo 7 della circolare si definiscono le incompatibilità, e si scrive espressamente che “Non sussistono per i giudici onorari minorili le incompatibilità derivanti dallo svolgimento di attività private, libere o impiegatizie, sempre che non si ritenga, con motivato apprezzamento da effettuarsi caso per caso, che esse possano incidere sull’indipendenza del magistrato onorario, o ingenerare timori di imparzialità”. Al comma 6 dello stesso articolo addirittura si prevede una causa certa di incompatibilità: all’atto dell’incarico il giudice onorario minorile deve impegnarsi a non assumere, per tutta la durata dell’incarico, cariche rappresentative di strutture comuntiarie, e in caso già rivesta tali cariche deve rinunziarvi prima di assumere le funzioni.

Insomma, a meno che non ci siano pareri motivati che possano incidere su indipendenza e imparzialità del giudizio, solo un atto motivato, che spesso non arriva, può mettere ostacoli sulla nomina del giudice onorario. Sulle maglie larghe dell’articolo 7 è depositata anche una interrogazione parlamentare dallo scorso 17 febbraio del senatore Luigi Manconi al Ministero della giustizia, che al momento rimane senza risposta, mentre ai primi di maggio l’onorevole Francesca Businarolo del Movimeneto 5 Stelle, ha depositato una proposta di legge per l’istituzione di una apposita commissione d’inchiesta.

Tuttavia tra questi 1.082 (tanti risultano all’ultimo censimento) circa 200 sarebbero incompatibili con la carica, dunque il 20% sul totale. Questi sono i dati contenuti in un dossier che l’associazione Finalmente Liberi Onlus presenterà nei prossimi mesi al Consiglio Superiore della Magistratura per mettere mano al problema. In particolare segnalano dall’associazione, che i duecento nomi che fanno parte della lista e ogni giorno decidono su affidamenti a casa famiglia e centri per la protezione dei minori, dipendono dalle strutture stesse.

Tra questi 1.082 (tanti risultano all’ultimo censimento) circa 200 sarebbero incompatibili con la carica, dunque il 20% sul totale
A vario titolo c’è chi ha contribuito a fondarle, chi ne è azionista e chi fa parte dei Consigli di Amministrazione. Dunque il tema è centrato: a giudicare dove debbano andare i minori e soprattutto se debbano raggiungere strutture al di fuori della famiglia sono gli stessi che hanno interessi nelle strutture stesse.

L’incompatibilità, che dovrebbe essere già valutata come condizione precedente al conflitto di interessi, in questo caso sembra evidente, ma difficilmente vengono effettuati gli approfondimenti “caso per caso” richiesti dalle circolari del Csm.

«Stiamo cercando un appoggio istituzionale forte – spiega a Linkiesta l’avvocato Cristina Franceschini di Finalmente Liberi Onlus – per poter sottoporre al Consiglio Superiore della Magistratura la lista dei giudici onorari minorili incompatibili. Presentarlo come semplice associazione rischia di far finire il tutto dentro un cassetto, avendo invece una sponda dalle istituzioni o dalla politica potrebbe far finire il tema in agenda al Csm meglio e più velocemente».

Nel dossier, al momento ancora in via di definizione ma prossimo alla chiusura, «troviamo anche giudici che lavorano ai servizi sociali in comune e che hanno interessi in casa famiglia», fanno sapere da Finalmente Liberi Onlsu, «ma anche chi intesta automobili di lusso alle stesse strutture». Così tra una Jaguar e una sentenza capita anche che un centro d’affido ricevesse rette da 400 euro al giorno, per un totale di 150 mila euro l’anno in tre anni per un solo minore.

Un business non indifferente se si conta che i minori portati via alle famiglie, stimati dalle ultime indagini del Ministero per il Lavoro e per le Politiche Sociali, sono circa 30mila. Sicuramente non è un ambito in cui ragionare in termini meramente economici e non tutte le case famiglia ragionano in termini di profitto, tuttavia, anche alla luce della recente sentenza su quanto accaduto in oltre trent’anni al Forteto di Firenze, una riflessione in più va fatta. In particolare sulla trasparenza con cui si gestiscono gli istituti e su chi e come decide di dirottare i minori all’interno delle strutture.

Minori Fuori Famiglia
Fonte: Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza
Un altro caso è quello dell’ex giudice onorario minorile Fabio Tofi, psicologo e direttore della casa famiglia “Il monello Mare” di Santa Marinella, a Roma. Violenze, abusi sessuali, aggressioni fisiche e verbali, percosse, minacce, somministrazioni di cibo scaduto, di sedativi e tranquillanti senza alcuna prescrizione medica: queste sono le accuse che la procura di Roma ha mosso allo stesso Tofi e altri quattro collaboratori che sono poi sfociate nell’arresto dello scorso 13 maggio.

Tofi dal 1997 al 2009 (periodo in cui la struttura era già funzionante) è stato giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Roma e psicologo presso i Servizi Sociale del Comune di Marinella dal 1993 al 1996.

Non sono però solo le nomine e la compatibilità degli incarichi a destare più di un interrogativo nel mondo degli affidamenti, ma sono anche le procedure che a detta di più di un esperto andrebbero riviste. «Sarebbe sufficiente constatare come le perizie psicologiche fatte ai genitori prima di togliere il minore e durante l’allontanamento non vengano replicate anche agli operatori delle strutture. I controlli – dice ancora Franceschini – nei confronti di questi dovrebbero essere stringenti e con cadenza regolare, e invece non lo sono».

Franceschini (Finalmente Liberi Onlus): «All’interno degli stessi tribunali minorili andrebbe istituito un organismo di coordinamento tra il giudice e i servizi sociali, e da parte degli avvocati che seguono le famiglie a cui sono stati sottratti i minori sarebbe consigliabile meno scrivania e più accompagnamento dei genitori nel percorso tra servizi sociali, tribunali e casa famiglia»
Così come l’ascolto del minore nel corso dei procedimenti spesso avviene in modo poco chiaro: i minori dopo i 12 anni devono essere ascoltati dal giudice, nella maggioranza dei casi però questo ascolto avviene in una stanza in cui oltre al minore e al giudice è presente anche un emissario della comunità. «Evidentemente in queste condizioni non è possibile lasciare libertà d’espressione al minore, e molte volte gli avvocati sono invitati a rimanere fuori dall’aula. Non di rado infatti arrivano sul nostro tavolo verbali confezionati». Per questo motivo in tanti denunciano al raggiungimento del diciottesimo anno di età una volta fuori dalle strutture, come accaduto nella vicenda del Forteto.

Tuttavia, spiega Franceschini, all’interno degli stessi tribunali minorili andrebbe istituito un organismo di coordinamento tra il giudice e i servizi sociali, e da parte degli avvocati che seguono le famiglie a cui sono stati sottratti i minori sarebbe consigliabile meno scrivania e più accompagnamento dei genitori nel percorso tra servizi sociali, tribunali e casa famiglia.

Dopo l’estate il dossier sui giudici onorari minorili arriverà comunque sul tavolo di più di un politico e del Garante per l’Infanzia, il cui mandato è al momento in scadenza. L’occasione per aprire uno squarcio su un tema taciuto e sconosciuto ai più inizia a vedersi, per non sentire più in un tribunale, «io sono il giudice, io dirigo la comunità, e decido io a chi va il minore».

www.linkiesta.it

La rabbia dei padri separati con figli: “Noi papà ridotti a bancomat”

Brugherio, 3 settembre 2016 – «Papà c’è». Una scritta enorme campeggia davanti ai gazebo. Dentro, ci sono loro. I padri delle famiglie ‘liquide’ come la società contemporanea. Spezzoni di coppie andate in frantumi: chi non vede i figli da anni, chi si accontenta di incontrarli poche ore alla settimana, dopo un calvario fatto di carta bollata, ricorsi e udienze in polverosi tribunali di provincia. Qualcuno sente che da genitore è stato declassato «alla funzione di bancomat». L’altra faccia di un dramma, quello delle separazioni combattute sulla pelle della prole, si ritrova in Brianza, a Brugherio, dove al posto della classica festa di partito, fra gli stand della musica e le grigliate, si ritrova l’associazione lombarda che raccoglie i papà separati.

Seduto a un tavolo ieri sera, all’apertura della manifestazione, c’era anche Emilio. Lui il mondo lo ha girato per lavoro. Proprio durante una delle sue trasferte un giudice ha deciso che a crescere il suo bimbo di quattro anni doveva essere solo la mamma. «Non mi hanno citato in giudizio, non mi hanno chiesto un’opinione, non mi hanno dato la possibilità di stare con il mio piccolo». Lo dice con dispiacere, non con rabbia. Come lui, in Italia, ce ne sono quasi due milioni. Tante sono le coppie che sono esplose. E solo il 2 per cento di questo esercito di genitori è un padre che può convivere con i suoi bimbi. «La legge sull’affido condiviso? Un flop – prosegue –. Dopo un anno, il mio piccolo non l’ho più rivisto. Non mi posso avvicinare a casa o vengo denunciato per stalking. Nessuno dei due sessi deve vincere sull’altro, ma mi manca mio figlio. Soffro da morire, ma non mi arrendo. Il suo benessere è nelle mani di un giudice, di qualcuno che nemmeno conosce».

Già, perché quando va bene, il tempo che un padre separato può dedicare a un figlio «è solo il 3 per cento», spiega l’organizzatore dell’evento, Domenico Fumagalli, che parla deciso. Il resto è solitudine e forse senso di colpa. Sguardo basso e un filo di voce, invece, Pasquale ha passato la settantina. «La mia pensione e i risparmi di una vita sono andati alla mia ex – racconta – e a sua figlia: l’ho amata come fosse mia dal primo momento in cui l’ho vista. Ma all’improvviso – aggiunge – mi sono trovato solo, tradito: quando ho intestato a loro le case comprate per la sicurezza della mia vecchiaia mi hanno mollato. Non so a chi chiedere aiuto. Mi ritrovo il mondo contro senza aver fatto nulla di male».

Sono decine le storie, centinaia gli episodi di cui, talvolta accorati, altre volte composti e riservati, i papà raccontano. Su di loro aleggia anche lo spettro della povertà: secondo stime dell’Università Cattolica, infatti, il 15 per cento dei padri che versano l’assegno di mantenimento rimane con un reddito residuo di appena cento euro. A chi va bene, ne restano quattrocento. L’associazione prova a fare squadra e cambiare le cose: in Parlamento giace un progetto di legge per modificare la norma sull’affido del 2006. «Ma le priorità della politica sembrano altre, eppure il divorzio per chi ha meno soldi è una sciagura anche nel portafogli», dice Fumagalli. E non c’è neppure la consolazione dell’affetto: «Solo tre del centinaio di persone presenti stasera – racconta un altro genitore –, è riuscito a ottenere l’affidamento dei figli. Ma dopo lunghi anni di lotta. Non è giusto». Nell’area della festa, solo volti maschili. Ma al telefono, d’improvviso, risuona la voce di una donna. «Non è vero che loro non capiscono – aggiunge Fumagalli –. Madri, sorelle, nonne e zie vivono il nostro stesso calvario. A Montecitorio devono svegliarsi».

 

ilgiorno.it

“Non siamo gay, ci sposiamo per convenienza”.

ROMA – Una scelta fuori dal coro ma dentro ai limiti di legge, e che forse farà discutere: è quella di Gianni e Piero, conviventi da anni ma “solo amici”, che hanno deciso di unirsi civilmente sabato prossimo a Schio, nel vicentino. “Non siamo gay” hanno precisato, spiegando che la loro è una scelta di pura convenienza.

Gianni, vicentino di 56 anni, è un musicista; Piero è di origini romane e ha 70 anni. Convivono già da parecchi anni ma il sesso non c’entra: “non siamo una coppia, ci prendiamo cura l’uno dell’altro, siamo come fratelli” hanno spiegato in un’intervista al Giornale di Vicenza. Allora perché unirsi civilmente? I due prossimi “sposi” sono convinti che l’unione civile consentirà loro di accedere a diritti che sarebbero loro negati altrimenti e di risolvere problemi pratici. Vivono in un Comune vicino a Schio, hanno scelto quest’ultimo perché qui hanno potuto sbrigare le pratiche necessarie velocemente, nonostante il sindaco sia contrario alle unioni omosessuali. La cerimonia infatti sarà celebrata da un assessore donna.

“Ci sono situazioni – spiegano i due amici – in cui non avere un legame riconosciuto crea difficoltà, come le degenze in ospedale, ma anche per piccole cose, il pagamento delle bollette, del canone Rai: prima che venisse messo in bolletta lo addebitavano a entrambi”.

Una scelta di pura convenienza, dunque, che però non scandalizza la “madre” della legge che ha per la prima volta in Italia introdotto le unioni tra persone dello stesso sesso, la senatrice del Pd Monica Cirinnà. “Anche una donna si può sposare con un uomo che non ama, per convenienza. I matrimoni di comodo si sono sempre fatti. Se stavolta a unirsi sono due uomini che non sono uniti affettivamente ma lo fanno per convenienza, penso che comunque la legge consenta la libertà ai cittadini di farlo”, commenta.

Più critico Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia e leader storico della comunità omosessuale italiana: “che due persone eterosessuali dello stesso sesso vogliano fare una unione civile e accedere così anche alla reversibilità delle pensioni, all’eredità e così via, lo trovo legittimo e legale ma dal punto di vista morale è una truffa. Non è che si possa utilizzare la norma come si vuole. Liberi di farlo, ma dal punto di vista morale credo siano dei furbacchioni che usano le norme a loro uso e consumo. Io, che ho fatto una lunga battaglia per il riconoscimento delle coppie omosessuali, non dirò mai loro: bravi,

bravi”. Mancuso avverte: “forse non si rendono conto che la legge sulle unioni civili prevede diritti ma anche doveri” e conclude “attenzione a non svilire un istituto come qualcosa che passa come privilegio, la legge non è un eldorado per chi vuol fare il furbo”.

il Parlamento approva la castrazione chimica per i pedofili condannati in via definitiva

In Indonesia è stata approvata la castrazione chimica per i pedofili condannati in via definitiva: il Parlamento indonesiano ha, infatti, varato la legge proposta lo scorso maggio dal presidente Joko Widodo, dopo che una ragazza di 14 anni era stata stuprata e uccisa da un gruppo di ragazzi. La castrazione, però, non è l’unica pena: ai pedofili spetta una pena non inferiore ai 10 anni di carcere e, in alcuni casi, è prevista la pena capitale.

La legge sulla castrazione chimica – che consiste nell’iniezione di ormoni femminili ai condannati – è stata ampiamente discussa in Parlamento e ha suscitato un fervente dibattito. Due partiti dell’opposizione avevano, infatti, votato contro. Ma le più sdegnate sono le associazioni per i diritti umani: per loro la violenza non può essere fermata con la violenza.

L’associazione Medici in Indonesia ha, invece, contestato la legge perchè potrebbe violare l’etica professionale e, come riporta la Bbc, ai dottori è stata consigliata l’obiezione di coscienza.

La pratica è già attiva in Polonia, Corea del Sud, Russia e alcuni Stati americani. Nel Regno Unito, invece, possono proporsi spontaneamente i prigionieri.

In Italia la castrazione chimica per i pedofili è stata più volte proposta dalla Lega Nord che ha anche presentato una proposta di legge in Senato. Il capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama Gian Marco Centinaio ha più volte invitato il Governo ad approvarla.

tgcom24

BOCCIATA LA PROPOSTA DI LEGGE DEL M5S PER DIMEZZARE GLI STIPENDI PARLAMENTARI:IL PD VOTA COMPATTO PER IL NO

L’Aula della Camera, con 109 voti di scarto, ha approvato la richiesta di rinvio in commissione della proposta di legge del M5s sul dimezzamento degli stipendi dei parlamentari. Voto contrario del Movimento Cinque Stelle, ma anche di Sinistra Italiana, Fdi e Forza Italia. A favore del rinvio ha votato la maggioranza col Pd compatto, contrarie tutte le opposizioni, ad eccezione dei Conservatori e riformisti (astenuti). Grillo: “Vergogna”.

Beppe Grillo: “Il Pd ha affossato la legge” – Immediatamente dopo il “non-voto”, Beppe Grillo ha commentato duramente quanto accaduto alla Camera, dove era presente (in tribuna) insieme ad altri sostenitori del Movimento Cinque Stelle: “Renzi e il PD hanno votato per affossare la nostra proposta di dimezzamento degli stipendi dei parlamentari! Gli stipendi dei parlamentari italiani rimangono quelli più alti d’Europa”.

Alessandro Di Battista: “Sono indignato, il Pd è pericoloso” – “Quella di oggi è la dimostrazione plastica di quello che sono questi politici: sono indignato! Spero che a dicembre metteremo fine a questo disgusto”. Lo dice il deputato M5s Alessandro Di Battista in piazza a Montecitorio con un drappello di parlamentari, dopo il rinvio in commissione del ddl Lombardi votato dall’aula della Camera. “Siamo Davide contro Golia ma non molleremo di un centimetro! Viva la Repubblica viva la sovranità popolare”, ha aggiunto Battista. Infine: “Oggi l’Italia intera si è resa conto che coloro che vanno in tv dicendo che occorre cambiare la Costituzione per tagliare i costi e per velocizzare il processo di approvazione delle leggi, sono gli stessi che hanno appena evitato addirittura di votare la legge per il dimezzamento degli stipendi dei parlamentari. Neppure hanno avuto il coraggio di votare. È sotto gli occhi di tutti la loro ipocrisia, la loro meschinità, la loro mediocrità etica e morale. Per valutare invece le loro qualità politiche è sufficiente vedere come sta l’Italia. Io a novembre girerò il Paese in lungo e in largo. Venite con noi”.

 

Di Maio: Renzi in tv propone taglio stipendi, in aula latita – “Ci aspettavamo un emendamento del governo sulla retribuzione in base alle presenze e alle assenze, invece c’è stato un rinvio in Commissione con argomenti da arrampicatori di specchi. Renzi in televisione propone emendamenti, poi in Parlamento è latitante”. Luigi Di Maio commenta così il rinvio in commissione del ddl”.

Montecitorio: “Non siamo tra Paesi Ue più generosi coi parlamentari” – L’Italia non guida la classifica Ue degli stipendi dei parlamentari. Lo precisa una nota di Montecitorio. “In riferimento ad articoli pubblicati in questi giorni dalla stampa e da giornali online, si evidenzia innanzitutto che i dati inizialmente pubblicati (e poi corretti) non corrispondevano a quelli riportati dal sito della Camera, aggiornati per effetto delle decisioni assunte dall’Ufficio di presidenza nell’ultimo decennio”. Da una tabella, al primo posto per indennità (escluse altre voci) è l’Europarlamento. L’Italia è quinta.

 

tgcom24

BONUS TERREMOTO E MESSA IN SICUREZZA

Il bonus terremoto 2016, ossia, la detrazione 65% per l’adeguamento sismico, visto i recenti e nefasti avvenimenti che hanno colpito il centro Italia, è un’importantissima agevolazione che consente ai contribuenti e ai cittadini, di poter effettuare interventi ad hoc sui propri immobili, al fine di ridurre al minimo, gli esiti di un eventuale terremoto, sopratutto se ubicati in zone a medio ed alto rischio sismico.

In attesa di conoscere in cosa consisterà il nuovo progetto del Premier Renzi e del Governo, chiamato “Casa Italia” e quali saranno i costi preventivati per adeguare gli edifici pubblici e privati alle norme sismiche, vediamo cos’è e come funziona la detrazione 65%, a chi spetta e come fare a rendere detraibili dalla dichiarazione dei redditi, le spese per gli interventi ed i lavori di adeguamento sismico di una casa, di un immobile e di un edificio in generale.

 

Detrazione 65% adeguamento sismico cos’è?

La detrazione 65% adeguamento sismico, o bonus terremoto, è l’“Ecobonus” introdotto dalla conversione in legge del decreto n. 63 del 4 giugno 2013,  che ha previsto oltre la possibilità per i cittadini di fruire di un importante sconto IRPEF sulle spese sostenute per effettuare lavori ed interventi di adeguamento antisismico di case e fabbricati produttivi, anche l’innalzamento della misura In base al presente decreto.

Pertanto, tutti i cittadini che sostengono lavori per l’adeguamento antisismico della propria abitazione o del fabbricato produttivo, fino al 31 dicembre 2016, ma sicuramente ci sarà la riconferma e un’ulteriore proroga del bonus anche per tutto il 2017 con la nuova Legge di Stabilità 2017, hanno diritto ad una detrazione IRPEF pari al 65% sulle spese per un limite massimo di 96.000 euro.

 

Bonus terremoto 2016 a chi spetta? Requisiti:

Il bonus terremoto 2016, ossia, l’Ecobonus con detrazione fiscale 65%, spetta ai contribuenti che intendono mettere in sicurezza la propria casa con interventi di adeguamento antisismico.

Nello specifico, a chi spetta il bonus terremoto 2016? La detrazione 65% per i lavori ed interventi antisismici spetta solo in presenza dei seguenti requisiti:

1) Solo se l’edificio, oggetto di adeguamento, è adibito ad abitazione principale o ad attività produttive;

2) Solo se l’edificio, è ubicato in zone ad alto rischio di terremoti, ovvero, zone 1 e 2 individuate dall’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3274/2003 che ha di fatto distinto il territorio italiano in base a 4 zone di pericolosità sismica:

Zona 1: è quella a più alta pericolosità sismica, dove cioè si possono verificare forti terremoti e comprende 708 comuni;

Zona 2: rientrano 2.345 Comuni in cui potrebbero verificarsi terremoti abbastanza forti;

Zona 3: rientrano i Comuni che potrebbero essere soggetti a terremoti modesti. In questo caso, non spetta però l’Ecobonus terremoto, ossia, la Detrazione 65% adeguamento sismico;

Zona 4: è la meno esposta al verificarsi di eventi sismici. Per la bassissima pericolosità sismica della zona, ai cittadini non spetta la Detrazione 65% adeguamento sismico.

 

Bonus terremoto: quali lavori rientrano nella detrazione 65%?

La detrazione 65% bonus terremoto, copre gli interventi di messa in sicurezza degli edifici ubicati nelle zone 1 e 2 e di adeguamento antisismico.

Quando spetta la detrazione bonus terremoti? Le spese dei lavori di adeguamento e di messa in sicurezza degli edifici sono detraibili dalla dichiarazione dei redditi se:

  1. Le spese sono state sostenute dal 4 agosto 2013 al 31 dicembre 2016;
  2. Se gli interventi relativi all’adozione di misure antisismiche e di opere per la messa in sicurezza statica, sono realizzati su:
    • parti strutturali degli edifici;
    • complessi di edifici collegati strutturalmente;
    • interi edifici;

Se invece, gli interventi riguardano gli edifici ubicati nei centri storici, i lavori di adeguamento antisismico, devono essere eseguiti sulla base di progetti unitari e non su singole unità immobiliari.

Inoltre va ricordato che tale detrazione, non spetta in sede di ricostruzione post terremoto, ma solo se i lavori si svolgono preventivamente.

Quali lavori e spese rientrano nel bonus terremoto? Rientrano nella detrazione 65% le seguenti spese lavori:

  • Spese per far eseguire i lavori;
  • Per la progettazione e le altre prestazioni professionali connesse;
  • Per le prestazioni professionali comunque richieste dal tipo di intervento;
  • Per la messa in sicurezza degli edifici ai sensi del DM 37/2008 – ex legge 46/90 per quanto riguarda gli impianti elettrici e a metano;
  • Acquisto dei materiali;
  • Compenso corrisposto per la certificazione di conformità dei lavori alle leggi vigenti;
  • Perizie e sopralluoghi;
  • IVA, bollo e diritti per eventuali concessioni, autorizzazioni e le denuncia di inizio lavori;
  • Oneri di urbanizzazione;
  • Altri eventuali costi sempre relativi alla realizzazione degli interventi e agli obblighi stabiliti dal regolamento di attuazione degli interventi agevolati.

 

A quanto ammonta il bonus terremoto e come fruire della detrazione 65%?

A quanto ammonta il bonus terremoto? Per l’ecobonus per gli interventi antisismici, ai cittadini spetta una detrazione dall’Irpef pari al 65% dei costi sostenuti, per un massimo di spesa pari a 96.000 euro, da suddividere in 10 rate.

Per fruire della detrazione fiscale 65% per adeguamento antisismico e messa in sicurezza degli edifici ubicati nelle zone 1 e 2, quindi a grande rischio terremoti, il cittadino deve far eseguire e pagare tutti i lavori e le prestazioni professionali tramite bonifico parlante, indicando l’apposita causale, o con altro sistema di pagamento tracciabile ammesso dalla relativa legge, e poi scontare la detrazione, tramite la dichiarazione dei redditi 2017 se i lavori sono eseguiti nel 2016.

Se ad esempio, il costo dei lavori effettuati nel 2016, è in totale di 50 mila euro, il contribuente può detrarre dalle tasse 32.500 euro in 10 anni quote annuali. Ciò significa che ogni anno, con ciascuna dichiarazione dei redditi, Modello 730 o Unico, il contribuente, può detrarre un importo pari a 3.250 euro l’anno fino al 10° anno.

Se poi nell’edificio, oggetto di adeguamento, si trova sia la casa adibita ad abitazione principale che la seconda casa, la detrazione che spetta sui lavori è la seguente:

  • Detrazione 65% per l’abitazione principale;
  • Detrazione 50% per la seconda casa, applicando il bonus ristrutturazione.

GUIDAFISCO.IT

PENSIONI DA APE SOCIAL,14 ESIMA ,NO TAX AREA ECCO COSA SUCCEDE AI LAVORATORI ITALIANI

Si stringono le fila del confronto tra Governo e sindacati sugli interventi in materia previdenziale da inserire nella manovra di bilancio.

Per le misure dovrebbero essere stanziati nel complesso poco più di due miliardi ma si stanno affinando i conti sui vari capitoli in vista dell’incontro del 28 settembre.

Ecco in sintesi le ipotesi sul tappeto.

APE, ANTICIPO PENSIONISTICO: chi compie 63 anni e quindi è distante meno di 3 anni e sette mesi dall’età di vecchiaia potrà andare in pensione anticipata grazie al prestito pensionistico. Il costo per chi ha un lavoro e non rischia di perderlo potrebbe essere molto elevato con una rata che può sfiorare il 25% dell’importo della pensione per 20 anni nel caso di anticipo per la durata massima (vanno considerati oltre la restituzione del prestito, pari a circa il 5% l’anno, anche il tasso di interesse e il premio assicurativo). Sarà prevista la possibilità di uscire a costi molto ridotti per le fasce più disagiate come coloro che hanno perso il lavoro a pochi anni dalla pensione (con la cosiddetta ‘Ape social’), quelli che assistono familiari disabili e per alcune categorie con lavori molto faticosi come gli operai dell’edilizia, alcune tipologie di infermieri e i maestri di scuola dell’infanzia. Dovrebbero inoltre essere previste misure anche per le uscite dovute a crisi aziendali con oneri a carico delle imprese. Per l’Ape dovrebbero essere stanziati circa 500 milioni per il 2017.

AUMENTO PENSIONI BASSE, SI ESTENDE QUATTORDICESIMA: il Governo punta a estendere la platea di coloro che percepiscono la cosiddetta ‘quattordicesima’ (ora 2,2 milioni di persone) incrementando anche l’importo per coloro che la percepiscono già. Si dovrebbe comprendere nel beneficio coloro che hanno un reddito personale complessivo e non solo pensionistico tra 1,5 (circa 750 euro al mese) e due volte il minimo (circa 1.000). La platea dovrebbe incrementarsi di poco più di 1,1 milioni. La quattordicesima vale tra i 336 euro per chi ha meno di 15 anni di contributi e 504 per chi ha oltre 25 anni di contributi ed è erogata una volta l’anno a luglio. Questa misura dovrebbe costare circa 600 milioni. Un terzo delle risorse dovrebbe servire ad aumentare gli importi per coloro che percepiscono la somma aggiuntiva già ora.

EQUIPARAZIONE NO TAX AREA PENSIONATI LAVORATORI DIPENDENTI: per l’equiparazione della no tax area dei pensionati con i lavoratori dipendenti a 8.000 euro dovrebbero essere stanziati circa 250 milioni di euro eliminando la distinzione ora esistente tra under e over 75.

PRECOCI IN PENSIONE PRIMA: è il tema più controverso perché rischia di essere la misura più costosa. Sembra prevalere l’ipotesi di dare vantaggi per l’uscita anticipata solo a coloro che hanno cominciato a lavorare prima dei 16 anni rispetto agli sconti (tre mesi per ogni anno lavorato prima dei 18 anni) per tutti coloro che hanno hanno lavorato un anno prima della maggiore età. Il Governo ha proposto per questi “super-precoci” un anticipo di un anno e quindi l’uscita a 41 anni e 10 mesi di contributi (gli uomini) invece dei 42 e 10 mesi previsti per la pensione anticipata. I sindacati chiedono sconti ulteriori. Per questa misura il Governo ha messo sul tavolo 600 milioni. La platea dovrebbe aggirarsi sulle 25.000 persone (con una pensione media di 1800-1900 euro al mese).

RICONGIUNZIONI ONEROSE: il Governo ha intenzione di rendere possibile l’unificazione dei periodi contributivi evitando costi aggiuntivi. Questa misura dovrebbe costare circa 100 milioni.

USURANTI: è confermata anche l’intenzione di rendere più semplice l’uscita per chi è stato impegnato a lungo in attività usuranti allargando le maglie delle attività considerate. Anche per questa misura le risorse dovrebbero aggirarsi sui 100 milioni.

 

ANSA