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Tac entro 60 giorni o scatta il diritto ad andare dal privato pagando solo il ticket

di Valeria Zeppilli – Le liste di attesa, in Italia, sono notoriamente lunghissime, con la conseguenza che molti cittadini, se hanno bisogno ad esempio di fare una TAC, si rassegnano ad attendere mesi e mesi e, magari, a subire anche rinvii dell’ultimo minuto o, se hanno la possibilità economica o una necessità urgente, a recarsi presso centri privati per sostenere gli esami a pagamento.

Con la conseguenza che quello che, almeno teoricamente, è un diritto costituzionalmente garantito diviene nei fatti un diritto da difendere con tutte le proprie forze e attingendo ai propri risparmi nonostante la presenza di un Servizio Sanitario Nazionale.

 

In barba all’articolo 32 della Costituzione, in forza del quale la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività […]”.

Il piano nazionale di governo delle liste d’attesa

Non tutti sanno, però, che in Italia esiste uno specifico Piano nazionale di governo delle liste d’attesa, elaborato dal governo, di intesa con le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano.

In esso sono stabiliti sia le priorità che i tempi massimi entro i quali il Servizio Sanitario Nazionale deve erogare esami, visite specialistiche, ricoveri ospedalieri e interventi chirurgici.

Le priorità temporali

Tale Piano, più nel dettaglio, prevede quattro priorità temporali che devono essere indicate dal medico nell’apposito campo presente sull’impegnativa utilizzando le lettere U, B, D e P.

In particolare, la lettera U dà diritto al cittadino ad ottenere l’erogazione della prestazione con urgenza entro 72 ore, purché egli provveda alla prenotazione entro 48 ore dalla data della prescrizione.

 

La lettera B, invece, connota le prestazioni che devono essere fornite in tempi brevi, al massimo entro 10 giorni.

La lettera D indica le prestazioni differibili, di prima diagnosi, da erogare entro 30 giorni se si tratta di visite o entro 60 giorni se si tratta di esami strumentali.

Infine, la lettera P indica le prestazioni programmate, da erogare al massimo entro 180 giorni. Queste ultime rappresentano l’ipotesi residuale, che trova applicazione anche nel caso in cui il medico non barri nessuna casella.

Esami strumentali con tempi di attesa garantiti

Il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa ha poi individuato anche 58 prestazioni, tra quelle offerte dal SSN, il cui tempo massimo d’attesa va garantito almeno al 90% dei cittadini che ne fanno richiesta.

Con particolare riferimento agli esami strumentali, da erogare entro 60 giorni, tra di essi rientrano anche le TAC, in particolare quelle, con e senza contrasto,

  • al torace,
  • all’addome (superiore, inferiore o completo),
  • al capo,
  • al rachide e allo speco vertebrale
  • al bacino.

Tra gli esami strumentali che vanno erogati entro 60 giorni al 90% dei cittadini ci sono, poi:

  • la mammografia,
  • la RMN cervello e tronco encefalico,
  • la RMN pelvi, prostata e vescica,
  • la RMN muscoloscheletrica,
  • la RMN colonna vertebrale,
  • l’ecografia capo e collo,
  • l’ecocolordoppler cardiaca
  • l’ecocolordoppler dei tronchi sovra aortica,
  • le ecografie addome, mammella e ostetrica-ginecologica.

Visite specialistiche con tempi di attesa garantiti

Tra le prestazioni con tempi di attesa garantiti rientrano anche alcune visite specialistiche, che vanno erogate addirittura entro 30 giorni.

 

Si tratta, nel dettaglio, delle visite:

  • cardiologica,
  • chirurgica vascolare,
  • endocrinologica,
  • neurologica,
  • oculistica,
  • ortopedica,
  • ginecologica,
  • otorinolaringoiatrica,
  • urologica,
  • dermatologica,
  • fisiatrica,
  • gastroenterologica,
  • oncologica
  • pneumologica.

Altri esami specialistici con tempi di attesa garantiti

Infine, l’elenco delle prestazioni per le quali i tempi di attesa sono garantiti si completa con altri esami specialistici da erogare entro 60 giorni.

Ci si riferisce, in particolare, a:

  • colonscopia
  • sigmoidoscopia con endoscopio flessibile
  • esofagogastroduodenoscopia
  • elettrocardiogramma (semplice, a dinamo, da sforzo)
  • audiometria
  • spirometria
  • fondo oculare
  • elettromiografia

Diritto ad andare dal privato

Cosa accade se tutti i predetti tempi non sono rispettati?

Il cittadino ha diritto ad andare dal medico privatamente, pagando solo il prezzo del ticket.

Già prima della stipula del primo Piano nazinoale, l’articolo 3 del decreto legislativo numero 124/1998 sanciva, infatti, l’obbligo per i direttori generali delle aziende unità sanitarie locali e ospedaliere di determinare i tempi massimi che possono intercorrere tra la data in cui una prestazione viene richiesta e quella in cui la stessa è erogata e la possibilità per l’assistito, qualora l’attesa si prolunghi oltre i predetti termini, di chiedere che la prestazione venga resa nell’ambito dell’attività libero-professionale intramuraria o, in subordine, ricorrendo a prestazioni interamente private.

In entrambi i casi, come detto, senza alcun costo aggiuntivo rispetto a quello del ticket.

Domanda

A tal fine è necessario presentare al direttore generale dell’Azienda Sanitaria Locale di appartenenza una richiesta in carta semplice nella quale indicare i propri dati personali e i riferimenti temporali che giustificano la domanda, documentandoli adeguatamente.

Bisognerà in altre parole rilevare e provare che la richiesta è stata presentata a una determinata data e che non è stata evasa nei termini massimi prescritti.

studiocataldi.it

A 13 anni da solo dall’Egitto all’Italia in cerca di un medico per il fratellino

Ahmed, ha attraversato il mare con i certificati medici: «Voglio giocare ancora con Farid»

Per approdare a Lampedusa è partito dal delta del Nilo, da Rashid Kafr El Sheikh, lasciando papà, mamma, la sorellina e due fratelli in una polverosa casbah a 130 chilometri dal Cairo. Da solo. Nascosto in un carro di animali. A tredici anni. Controllando in continuazione la gualcita fotocopia di un certificato medico protetto da un sacchetto di plastica. Come fosse un tesoro. Ragione assoluta per un calvario con un unico obiettivo, come racconta Ahmed, questo piccolo, smilzo e spaventato eroe dagli occhi umidi di commozione: «I miei genitori, i miei zii, tutta la famiglia mi hanno fatto partire per trovare in Sicilia, in Italia, in Europa un ospedale, dei medici disposti a curare e operare il più piccolo dei miei fratelli, Farid, sette anni, da tre colpito da una malattia del sangue, da una…».

Il certificato

Ed estrae la fotocopia con la storia di una creatura affetta da una gravissima piastrinopenia, un malanno provocato da una riduzione nella produzione midollare di megacariociti, come scrivono i medici egiziani che hanno tentato una prima operazione e che per un altro necessario intervento — forse una splenectomia, l’asportazione della milza — chiedono cinquantamila lire egiziane a una famiglia di contadini senza risorse perché, quando il raccolto va bene, ne guadagna tremila in un anno. «Il mio sogno è vedere mio fratello giocare senza sentirsi male, giocare con me a calcio e correre insieme senza aver paura che svenga perché non riesce a stare molto in piedi…», racconta Ahmed. Sconvolto da quello che definisce «il dolore più grande che abbia mai provato». E ricorda: «È stato terribile vedere dimettere mio fratello dall’ospedale perché mio padre non aveva i soldi per pagare le cure e per l’operazione».

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La traversata

Ecco la ragione del calvario di questo minore passato dalla posta del carro bestiame alla carretta del mare approdata a Lampedusa. Una Via Crucis con sosta obbligata in un capannone della spiaggia di Baltim dove Ahmed, non lontano da Alessandria d’Egitto, ha continuato a nascondersi mentre trafficanti e scafisti picchiavano i suoi compagni di viaggio, come sussurra timoroso: «Alcuni derubavano gli uomini, altri afferravano giovani donne trascinate in un magazzino da dove tornavano in lacrime prima della partenza sul barcone… Pensavo di morire in mare. Né cibo né acqua. Soltanto un sorso di acqua a persona al giorno…». È un drammatico racconto che conferma il disastro di un esodo senza fine. Stavolta Ahmed, questo ragazzo mingherlino ma tenace, arrivato sfinito al centro accoglienza di Lampedusa un paio di giorni fa, ha un solo obiettivo come confida ad un volontario col suo stesso nome, Ahmed Mahmoud, anche lui egiziano, da due anni mediatore per l’Oim, l’Organizzazione internazionale dei migranti.

L’operazione

E Ahmed il grande, lasciato il corso zeppo di turisti, attraversa l’isola per correre mattina e pomeriggio verso il piccolo rifugiato al centro di contrada Imbriacola. Ascolta e riferisce l’ansia di Ahmed il piccolo per quel primo intervento: «Chiesero trentamila lire egiziane, quasi quattromila euro. E il doppio per la seconda operazione. Soltanto le analisi costano quattromila lire, cinquecento euro, ma mio padre raccogliendo datteri con mia madre, con il fratello più grande, un anno più di me, non guadagna mai più di tremila euro all’anno. Che cosa fare per salvare Farid? Ho sentito i miei genitori interrogarsi, parlarne con i miei zii. Quando ho capito che tanti ragazzi dalla mia città partivano con le barche ho deciso di dare una mano. “Vado pure io”, ho detto. Così io lavoro in Europa, mando i soldi, il fratellino si cura e guarisce, il grande continua a studiare e si prepara un futuro migliore per la più piccola, la nostra sorellina di tre anni…».

La richiesta d’aiuto

Come in un consiglio degli anziani, ecco che il piccolo grande Ahmed è riuscito a convincere tutti in famiglia. Anche lo zio che ha firmato le «cambiali»: «Delle carte. Un impegno con i trafficanti per pagare 2 mila euro nei prossimi anni. O con i miei guadagni, o con un suo terreno». Una sorta di garanzia che Ahmed richiama per spiegare come sia urgente trovare un posto in ospedale per il fratellino e un lavoro per lui: «Io chiedo aiuto ai medici, a qualche medico, all’Italia, ma voglio pagare tutto, lavorando…». È un’invocazione semplice rilanciata mentre gli dicono che andrà in una casa famiglia. Una di quelle fra Agrigento e Porto Empedocle da dove i minori poi scappano, spesso finendo in mano a nuovi sfruttatori. Ma, stanco di nascondersi, Ahmed, chiede aiuto. Soprattutto per il piccolo Farid.

di Felice Cavallaro Corriere.it

NELLA RED BULL C’E LO SPERMA DI TORO? IL PARERE DEGLI ESPERTI

“Nella Red Bull c’è lo sperma di toro! Lo so! E’ vero! Be’…almeno in tracce (sic)”.

Così, stamane. Con tono asseverativo un mio studente “rivelava” ai compagni questo inquietante retroscena sulla genesi produttiva della celebre bevanda. Nella fretta di portare avanti la lezione, ho frettolosamente ribattuto dicendo che se fosse vero ogni lattina di Red Bull costerebbe decine di euro. Per non parlare delle tonnellate di sperma indispensabili a soddisfare la produzione. E poi a che pro questa scelta? Niente. Il ragazzo aveva questa perla “informativa” da distillare agli altri compagni ed era deciso a difenderla a tutti i costi.

L’episodio dimostra con quanta facilità si diffondano certe leggende metropolitane e quale fascino possano esercitare. Un fascino basato puramente su un dogma di fede. Perché il successo delle bufale? Forse perché l’idea di dimostrarsi tra i pochi “informati” sui complotti all’amatriciana ci attribuisce quei cinque  minuti di gloria didascalica. Senza riflettere che se veniamo a conoscenza di “verità esoteriche” al costo di un click sulla tastiera è probabile che le conoscano anche i marciapiedi.

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Torniamo al nostro ignaro studente e al suo slogan “Sperma di toro nella Red Bull!”. La taurina, uno degli ingredienti più noti della Red Bull (1 gr in una lattina da 250 ml), è un aminoacido che deve il suo nome perché scoperto nella bile di toro. Bile e non sperma di toro. Per quanto l’idea dello sperma sia molto più suggestiva e rappresenta a dovere il concetto di “potenza” prestativa che si accompagna alla bevanda. Anche se si tratta di performance sportiva e non sessuale.

La taurina è diffusissima nel mondo animale: si trova anche in uova, pesci, carne e latte. Il fatto che sia stata scoperta e isolata per la prima volta in un toro è stato puramente casuale. Se fosse stata scoperta prima in una pecora sarebbe stata chiamata “pecorina” (ops!), in un uovo “ovettina”, nel latte “lattina” e così via…Considerate la taurina come semplice formula chimica e chiamiamola “Sostanza X”. Sarebbe accompagnata da un aura così carica di significati simbolici? Al punto da generare fantasiose leggende urbane e tanti ignari alfieri di leggende da pianerottolo? Non credo. Mentre “taurina” ti mette una serie infinita di allusioni su un piatto d’argento.Compresa la leggenda dell’ingrediente proibito. Negli anni la calunnia gratuita è capitata a tutte le multinazionali, dalla Ferrero (con la Nutella) al Mc Donald’s.

Ovviamente lo studente paga una colpa non sua, ma di quella sottocultura del complottismo diffusa senza lo straccio di una prova, se non aneddotica (che nella scienza vale come il due di picche) e che magari vuole esprimere un malessere contro le multinazionali. Un malessere speso male, perché tutte queste aziende hanno sicuramente delle pecche, ma che devono essere vagliate alla luce della scienza e non della favolistica. Tuttavia la critica argomentata richiede tempo e applicazione. Giocare sul gossip è molto più semplice.

fonte

UCCISO MEDICO ITALIANO IN KENYA CHE LAVORAVA IN UN ORFANOTROFIO

Una vita spesa per l’Africa e per i bisognosi,un gruppo di balordi l’hanno resa vana,quattro persone sono state catturate in Kenya per l’omicidio della dottoressa molisana Rita Fossaceca, anche il presunto mandante dell’omicidio. Lo ha riferito il portavoce della polizia locale, Charles Owino, intervistato dal Gr1.

La dottoressa italiana, 51 anni, è stata uccisa e altri tre connazionali sono stati feriti in Kenya durante una rapina in casa. E’ accaduto a Mijomboni, piccolo villaggio alle spalle di Malindi, dove la dottoressa operava per conto della For Life Onlus, associazione umanitaria internazionale. Un gruppo di banditi armati ha fatto irruzione nell’abitazione e Rita Fossaceca è stata uccisa da un colpo di pistola mentre cercava di proteggere la madre, assalita con un machete. Anche il padre della donna è rimasto ferito alla testa e a una spalla. Due infermiere dell’ospedale di Novara, Monica Zanellato e Paola Lenghini, sono rimaste ferite; le loro condizioni non sono particolarmente gravi.

Volevano soldi e per questo hanno cominciato a picchiare le persone presenti in casa, la mamma e il papà di Rita Fossaceca, lo zio sacerdote e le due infermiere. Tutti sono rimasti feriti. Lo riferiscono alcuni parenti della dottoressa molisana uccisa in Kenya. Stando alle informazioni raccolte a Trivento attraverso un diplomatico, il medico 51enne aveva chiesto ai malviventi di fermarsi facendo poi da scudo ai familiari, i banditi a quel punto hanno aperto il fuoco con una pistola colpendo al petto la donna. L’episodio è avvenuto mentre il gruppo stava cenando; subito dopo gli aggressori sono fuggiti via, facendo perdere le loro tracce. La casa teatro del delitto ha un recinto di pietra, una porta di ferro e di solito è sorvegliata da una guardia. I parenti hanno riferito che Rita aveva un grande desiderio, quello di portare la madre in Kenya per farle vedere quanto faceva per i bambini africani. Ci era riuscita dopo tempo perché la mamma aveva paura di viaggiare in aereo.

Il medico era a Mjomboni da un paio di settimane, con i genitori Giovanni e Michelina e lo zio sacerdote, don Luigi Di Lella. La dottoressa era una delle principali collaboratrici di For Life, che in corso diversi progetti di solidarietà in Africa. E proprio l’ambulatorio dell’orfanotrofio di Mijomboni, che ospita una ventina di bambini, dove è stata uccisa, era il suo campo di attività. All’ospedale di Novara, invece, era la responsabile della radiologia interventistica nel reparto diretto dal professor Alessandro Carriero, che è anche in presidente di For Life. Le infermiere ferite lavoravano con Rita Fossaceca nell’ospedale di Novara ed erano con lei nell’alloggio nel villaggio di Mijomboni. Tutti loro collaboravano con l’associazione For Life. Le infermiere si erano tenute da parte dei giorni di ferie e cosi’ potevano, come era gia’ capitato in passato, prestare servizio presso l’ambulatorio dell’orfanotrofio.

“Sono sconvolto” dice all’ANSA Alessandro Carriero, medico di Novara che ha fondato la onlus nel 2006. “Era il mio braccio destro – aggiunge tra le lacrime – non so come farò ad andare avanti”.

Per la vittima non si trattava della prima esperienza da volontaria in Africa, dove si recava periodicamente da 11 anni dopo un viaggio di piacere. “Hai fatto tanto bene in Kenya, Malindi, Watamu”, scrive Jacie Kim, un’amica, sul profilo Facebook della vittima appena appresa la notizia della sua morte. “Le hanno sparato a morte”, scrive ancora sul social.

L’ultimo contatto tra il professor Carriero e la Fossaceca mercoledì scorso, quando si erano sentiti al telefono. “Dopo una serie di giri nelle fattorie, valutazioni delle spese e dei possibili guadagni, abbiamo acquistato la mucca”, è l’ultima testimonianza scritta dalla donna per il sito internet dell’associazione. “La mucca è incinta – aggiunge – e tra tre mesi avremo anche un vitellino e, finalmente, il latte per il villaggio”.

La Farnesina è in contatto con le autorità locali. Il Ministro Paolo Gentiloni esprime cordoglio. “Le mie più sincere condoglianze e il mio pensiero alla famiglia della Signora Fossaceca, una persona che so essere molto amata e rispettata per la sua profonda dedizione e il suo impegno a difesa dei più deboli, malati e donne in Africa. Tutti gli italiani rimasti coinvolti nel feroce atto di violenza di ieri, si trovano in Kenya per fare del volontariato con una ONLUS, una scelta coraggiosa ed ammirevole di cui essere orgogliosi” ha concluso il Ministro.

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FOTO LA STAMPA

 

 

 

Rita Fossaceca era originaria di Trivento (Campobasso), dove vive la famiglia, anche se da anni viveva e lavorava a Novara. Nel piccolo centro molisano vivono i genitori e i suoi parenti. Alcuni di loro, tra cui il padre, pochi giorni fa erano partiti per il Kenya e si troverebbero ancora lì. Lo zio di Rita Fossaceca, don Luigi Di Lella, è uno dei parroci del paese e più volte, anche lui, si era recato in Africa dalla nipote.

Proprio a Trivento, in occasione dei suoi periodici rientri, si era resa promotrice di numerose iniziative a sfondo umanitario per ForLife che avevano coinvolto l’intera comunità. In nottata i carabinieri si sono recati nell’abitazione dei parenti della dottoressa per informarli della tragedia. La notizia della uccisione di Rita Fossaceca ha gettato in un profondo sconforto il centro molisano.

”Una notte di dolore per tutto il Molise. La notizia ci lascia senza parole: siamo vicini alla famiglia e alla comunità di Trivento”, ha detto il governatore del Molise Paolo di Laura Frattura. ”Perdiamo una donna, un medico – aggiunge -, che nella sua vita ha dato l’esempio con il suo impegno umanitario, con la sua dedizione ai più deboli. Per noi sconcerto e sofferenza pieni”.

Rita Fossaceca abitava a Novara da sola. Il fratello della vittima, Pierluigi, si trovava a Trivento ed appresa la notizia è partito per l’Africa insieme ad alcuni parenti.

 

ANSA

Claudio Vitale il chirurgo che ha completato l’operazione mentre veniva colto da infarto

Cardarelli, chirurgo opera mentre ha l’infarto

Claudio Vitale, 59 anni, primario nel reparto di Neurochirurgia all’ospedale Cardarelli ha portato a termine l´intervento su un ammalato di tumore al cervello nonostante un attacco cardiaco. Finito l’intervento è stato sottoposto ad “angioplastica” ed è stato ricoverato in Terapia intensiva. Ora stanno bene. Entrambi, medico e paziente
«Non potevo abbandonare in un momento delicato. E non sono un eroe, ho solo fatto il mio dovere». Si schermisce e glissa sul fatto che ci poteva rimettere la vita, il neurochirurgo che ha continuato ad operare con un infarto addosso.

Cardarelli, tarda mattina di lunedì scorso. Sul lettino del complesso di Neurochirurgia c´è un anziano paziente, affetto da “glioblastoma”. È un tumore che ha coinvolto una delicata area del cervello. Gli anestesisti gli infilano l´ago in vena, lentamente parte la soluzione che induce il sonno artificiale. Pronto, “lavato” come si dice in gergo tecnico e con la mascherina sul viso, c´è Claudio Vitale, il 59enne primario “incaricato”. Inizia l´intervento.

Tutto sembra filare liscio, ma Vitale a un certo punto accusa un dolore al petto. È molto forte. Una smorfia, il chirurgo continua. Pensa a un reumatismo, si concentra sul campo operatorio. Ma col passare dei minuti, quel pugno al centro del torace si fa sempre più stretto. Lo specialista intuisce la gravità. Può essere un attacco cardiaco. Lo dice ai collaboratori. Lo invitano a smettere, lui si rifiuta. C´è un´emorragia da dominare e Vitale acconsente solo a farsi fare un prelievo di sangue per avere conferma del sospetto. Dieci minuti e l´infermiere agita il referto: “Infarto posteriore”.

Il medico dovrebbe lasciare, ma da lui ancora un no deciso: «Prima finisco, poi mi ricovero». Sopporta il dolore e conclude l´intervento. Con successo. Nell´antisala è pronta la barella e trenta minuti dopo Vitale è sottoposto ad “angioplastica” per disostruire la coronaria. In serata è in Terapia intensiva. Ora stanno bene. Entrambi, medico e paziente.

di Giuseppe Del Bello
20 marzo 2009