Catania: Bimbo di 18 mesi muore dopo vaccino anti-meningite

Un bimbo di appena 18 mesi è morto la scorsa notte nel suo lettino. Tre giorni fa era stato sottoposto al vaccino antimeningococco di tipo C. Il fatto è avvenuto la scorsa notte a Palagonia, nel Catanese. Sul caso sta indagando la magistratura di Caltagirone che chiarirà le cause della morte del bimbo. Il sostituto procuratore della Repubblica Fabio Salvatore Platania ha disposto il sequestro della salma del bimbo e ha affidato al medico legale l’autopsia. Coinvolti anche i carabinieri del Nas di Catania per verificare se la causa della morte del bimbo sia attribuibile al vaccino. Il piccolo, l’altra notte, mentre era in casa con i genitori, a Palagonia, ha accusato un malore e per lui non c’è stato nulla da fare: è morto. L’inchiesta della procura di Caltagirone affidata a Platania, coadiuvata dai carabinieri del Nas, servirà a chiarire se la morte dei piccolo sia legata al vaccino, recentemente somministrato, o ad altre cause. La procura, inoltre, ha disposto l’acquisizione di tutti gli atti relativi alla morte del piccolo, dalla conservazione del vaccino agli effetti mostrati dopo la somministrazione avvenuta tre giorni fa. L’Asp di Catania ha avviato, in via precauzionale, la sospensione del lotto di vaccino contro il meningococco in tutta la provincia, dopo la notizia della morte di un bambino di 18 mesi a Palagonia. Inoltre, l’Asp ha inoltrato una segnalazione agli organi di sorveglianza dell’Aifa – Agenzia italiana del farmaco per altre verifiche e ulteriori accertamenti.

 

IL CASO IN TOSCANA
È sempre precauzionalmente in Terapia intensiva all’ospedale Pediatrico Meyer il bambino di 3 anni colpito da meningococco C, che ricoverato a Empoli è stato successivamente trasferito a Firenze. Laa fase acuta si è spenta e i sanitari, pur non sciogliendo la prognosi, sono cautamente ottimisti circa l’evolversi della situazione. «È vigile e tranquillo e risponde bene alle terapie», dicono dal Meyer. Dal laboratorio dell’ospedale arriva anche la conferma che si tratta di una forma settica da meningococco ST11, variante più aggressiva e a volte letale. Il rapido ricovero all’ospedale di Empoli e il trasferimento al Meyer, e soprattutto il fatto che il bambino fosse vaccinato dal 2014 per il meningococco C, sono riusciti a fermare il diffondersi dell’infezione. «Dunque il vaccino non ha fallito, ma ha protetto il bimbo». Come afferma Gabriele Mazzoni, responsabile dell’Unità funzionale igiene pubblica della zona empolese, «a fronte di una copertura vaccinale molto alta in tutta la regione Toscana nei bambini al compimento del primo anno di vita, questo è il primo caso di sepsi meningococcica che osserviamo fino all’età di 9 anni».

iltempo.it

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Gli immigrati vanno in pensione dopo 5 anni di contributi,per noi ne servono molti di piu

Assurdo, Gli immigrati vanno in pensione con soli 5 anni di contributi.

Mentre se gli italiani non versano contributi per almeno 20 anni, perdono tutto ciò che si sono conservati!

Questo è tutto ciò che riporta un articolo “La verità” nuovo quotidiano fondato da Maurizio Belpietro sbarcato nelle edicole da qualche giorno.

L’articolo, firmato dalla penna di Francesco Borgonovo, dice: “E’ tutto scritto lì, sul sito dell’Inps. Con tagliente semplicità, quasi con una punta di burocratico compiacimento, viene illustrato il privilegio di cui godono i lavoratori immigrati”.

Continua ancora: “non è vero che gli stranieri lasciano un tesoretto: se tornano a casa possono riprendersi ciò che hanno dato. E senza le restrizioni previste per gli italiani. Riscuotono anche se non hanno effettuato i versamenti minimi”.

Insomma, l’immigrato che ritorna a casa sua non perde i contributi versati.

“Tutt’altro. Ha diritto ad avere una pensione di vecchiaia erogata dall’Inps esattamente come i cittadini italiani. E qui la questione si fa interessante. Il sito dell’Inps spiega che, per “gli extracomunitari rimpatriati” si devono distinguere due casi, “a seconda che la pensione venga calcolata con il sistema contributivo o retributivo”.

Tutto questo è possibile leggerlo sul sito ufficiale dell’Inps per la questione “Trattamenti pensionistici ai lavoratori extracomunitari rimpatriati”.

“in caso di rimpatrio definitivo il lavoratore extracomunitario con contratto di lavoro diverso da quello stagionaleconserva i diritti previdenziali e disicurezza sociale maturati in Italia e può usufruire di tali diritti anche se non sussistono accordi di reciprocità con il Paese di origine”.

In basso al titolo “Pensione di vecchiaia” è scritto: “Si devono distinguere due casi, a seconda che la pensione venga calcolata con il sistema contributivo o retributivo. Nel primo caso, i lavoratori extracomunitari assunti dopo il 1° gennaio 1996, possono percepire, in caso di rimpatrio, la pensione di vecchiaia (calcolata col sistema contributivo) al compimento del 66° anno di età e anche se non sono maturati i previsti requisiti (dunque, anche se hanno meno di 20 anni di contribuzione).
Nel secondo caso, i lavoratori extracomunitari assunti prima del 1996 possono percepire, in caso di rimpatrio, la pensione di vecchiaia (calcolata con il sistema retributivo o misto) solo al compimento del 66° anno di età sia per gli uomini che per le donne e con 20 anni di contribuzione”.

Questo è tutto ciò che riporta il sito ufficiale dell’Inps.

Fonte: web-news24

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Orrore nel convento di suore: docce gelate ai bimbi e vomito da mangiare

Costretti a fare docce gelate, a dormire al freddo senza le coperte, a rimangiare il loro vomito e anche a subire molestie sessuali. Un incubo quello vissuto dai bambini ospiti di una casa famiglia per minori a Rocca di Papa, Castelli Romani. A gestire la struttura erano tre suore sudamericane, tutte condannate dal tribunale di Velletri con accuse di maltrattamenti. Le indagini sono cominciate dopo la denuncia della mamma di due bambini: secondo la signora S.D. le suore picchiavano i bimbi, che tenevano mal vestiti e che obbligavano a dormire senza coperta nonostante il freddo. Questo perché uno di loro faceva la pipì nel letto di notte e le suore non avevano voglia di rilavare ogni giorno le coperte.

Secondo il racconto dei testimoni erano tante e terribili le angherie subite dai piccoli ospiti. Si parla anche molestie sessuali. Una delle tre suore è infatti accusata di aver intrattenuto rapporti sessuali con un minore all’interno della casa famiglia e per questo è stata condannata a cinque anni e sei mesi di reclusione e le è stato vietato di riprendere a lavorare con minori per tutta la durata della sua vita. La sorella gemella è stata condannata a due anni di carcere, mentre la terza suora a un anno e 11 meni. Le ultime due, come previsto dalla legge, godranno della sospensione della pena.

La prima denuncia è arrivata nel 2007, poi un’altra nel 2009 e infine una nel 2011. In tutti quegli anni le suore hanno continuato a gestire la casa famiglia e, probabilmente, anche i maltrattamenti sono proseguiti. “Abbiamo inoltre ascoltato il racconto di Alex, oggi maggiorenne e detenuto per furto d’auto, che raccontava di come negli anni abbia subito le attenzioni sessuali da parte della suora”, ha raccontato Erika Iannucci, avvocato di parte civile di una delle madri dei bambini. “Sono soddisfatta che la struttura sia chiusa ma i miei figli sono seguiti da due psicologici per i danni subiti, niente potrà riparare a questo”, ha dichiarato al Messaggero una mamma.

fanpage.it

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I genitori pregano per lui invece di chiamare l’ambulanza: bimbo di 7 anni, muore di setticemia

Aveva solo 7 anni, il piccolo Seth, morto di setticemia, ma anche a causa della negligenza dei suoi genitori che invece di chiamare l’ambulanza, hanno preferito pregare per la sua salute. Il bambino è stato anche presumibilmente lasciato solo con il fratello maggiore di 16 anni nel week end precedente alla sua morte, poiché la mamma e il papà sono andati fuori città per un matrimonio.

Timothy e Sarah Johnson, i genitori di Seth, di Plymouth, in Minnesota, sono stati accusati di abbandono e sono dovuti comparire in tribunale questo mese, come riporta The Independent.

“Non possiamo comprendere come un genitore possa lasciare un figlio malato di sette anni malato a casa per andare via per un week-end”, ha detto il procuratore della contea di Hennepin, Mike Freeman. “Né riusciamo a comprendere come i genitori si siano rifiutati di tornare a casa la domenica mattina per prendersi cura di loro figlio malato quando sono stati informati che le sue condizioni erano molto gravi”.

“Né riusciamo a capire perché i genitori non hanno chiamato un’ambulanza per ottenere immediatamente assistenza medica quando finalmente sono tornati a casa la domenica sera. I Johnsons, naturalmente, si dicono innocenti. Ma stiamo utilizzando tutte le risorse a nostra disposizione per dimostrare il contrario”.

Nelle cinque pagine di rapporto la corte ha spiegato che la coppia aveva preso in affido il bimbo quando aveva 3 anni, adottandolo all’età di quattro anni. I genitori sostengono che il comportamento di Seth nelle settimane precedenti alla sua morte era cambiato: si destava spesso dal sonno, aveva sviluppato vesciche sulle gambe, lesioni sui talloni, aveva bisogno di quasi due ore per finire un pasto e talvolta era caduto dalle scale.

Ma a quanto pare i Johnsons non hanno mai richiesto un aiuto medico perché hanno “problemi con l’andare dai medici”. Lo stesso hanno fatto la domenica sera, quando di ritorno dal matrimonio, hanno trovato Seth molto debilitato e invece di chiamare un’ambulanza, gli hanno fatto un bagno, messo a letto e pregato per la sua salute.

huffingtonpost

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Sicilia, i vitalizi passano di padre in figlio. Ex onorevoli più costosi di quelli in carica

L’avvocato trapanese Elios Costa fu eletto all’Assemblea Regionale Siciliana con 14mila voti. Era il 1947, il presidente del consiglio si chiamava Alcide De Gasperi, George Marshall non aveva ancora presentato al mondo il suo celebre piano di aiuti economici per l’Europa, e quella era la prima legislatura del parlamento siciliano in epoca repubblicana. Costa rimase all’Ars solo tre anni, non venne rieletto nel 1951, e a Palazzo dei Normanni non mise più piede. Forse non avrebbe mai immaginato che quei tre anni da deputato regionale avrebbero fruttato più di duemila euro al mese di vitalizio: assegno che dopo la morte di Costa, viene percepito dalla moglie. Solo uno dei 117 casi in cui il vitalizio dell’Ars viene erogato a coniugi o figli di ex deputati grazie alla reversibilità: in totale costano 522mila euro al mese, 6 milioni e duecentomila euro l’anno. Tutto secondo legge, dato che gli ex deputati dell’Ars hanno diritto al vitalizio anche se sono stati in carica per pochi mesi (a patto di riscattare il resto degli anni fino a completare una legislatura intera), e dopo la morte hanno la possibilità di girare l’assegno ai coniugi o ai figli, a patto che questi ultimi siano “in stato di bisogno”.

Capita così che per quei pochi anni trascorsi all’Ars da Costa nel dopoguerra, Palazzo dei Normanni debba riconoscere ogni mese il vitalizio alla moglie, anche ora che dall’elezione dell’avvocato trapanese sono trascorsi quasi settant’anni. Lo stesso assegno arriva ogni mese alle vedove di Michele Semeraro, eletto nel Blocco del Popolo, e di Francesco Lanza di Scalea, che a Palazzo dei Normanni entrò invece sotto le bandiere del Blocco liberarale democratico qualunquista: dopo soli tre anni da deputati, si sono assicurati un assegno mensile quasi perpetuo. Si dovrà accontentare di appena mille euro invece Anna Rosa Baglione, rimasta da poco vedova di Franco Bisignano, che all’Ars neanche ci mise mai piede. Si candidò nel 1976 con il Movimento Sociale Italiano, fu il primo dei non eletti e rimase fuori dal Parlamento Regionale. Bisignano però, come racconta l’edizione palermitana di Repubblica, non si arrese: iniziò a farsi chiamare “onorevole” (anche se era soltanto sindaco del minuscolo comune di Furnari, nel messinese) e cominciò una guerra a colpi di carta bollata contro Antonino Fede, eletto al suo posto, ma non residente in Sicilia.

Alla fine nel 1996 il tribunale gli dà ragione: solo che la legislatura si è conclusa da “appena” 15 anni. Poco male però: a Bisignano viene concessa comunque la liquidazione e il vitalizio, che adesso passa alla vedova. L’agricoltore Carmelo Antoci, reduce della guerra d’Africa, trascorse all’Ars le prime due legislature, dal 1947 al 1955: da 36 anni, e cioè dal 1978 data della morte dell’ex onorevole, il vitalizio arriva puntuale ogni mese alla sorella. Dopo anni di segretezza dovuti a non meglio specificati motivi di privacy, l’Ars ha deciso di pubblicare on line i dati relativi ai vitalizi erogati. Si scopre così che i deputati ancora in vita che percepiscono un assegno da Palazzo dei Normanni sono 180 e costano 902mila euro al mese, quasi undici milioni l’anno. In pratica tra assegni di reversibilità e vitalizi diretti, gli ex parlamentari siciliani costano ogni anno più di quelli in carica, che invece, dopo la spending review imposta dal governo Monti, pesano sul bilancio di Palazzo dei Normanni per “appena” sedici milioni l’anno. Fino al 2011, tra l’altro, il vitalizio erogato dall’Ars era cumulabile con altre pensioni, o vitalizi legati ad altre cariche elettive.

È il caso di Calogero Mannino, l’ex ministro democristiano attualmente imputato nel processo sulla Trattativa Stato – mafia, che percepisce in totale diecimila e cinquecento euro al mese dalla Camera dei deputati e dall’Assemblea regionale siciliana. Arriva ai tredicimila euro tondi, invece, il bonifico mensile sul conto di Emanuele Macaluso, il leader dei miglioristi del Pci, ex senatore ed ex deputato regionale. È stato cancellato dalle liste del Pd perché considerato “impresentabile”, invece, Mirello Crisafulli: ciononostante arriva a guadagnare quasi settemila euro al mese dopo gli anni trascorsi tra Palazzo dei Normanni e Palazzo Madama. Non incassa il doppio vitalizio Salvatore Caltagirone di Alleanza Nazionale: secondo il sito dell’Ars, a palazzo dei Normanni trascorse solo quattro mesi, uno scampolo finale della dodicesima legislatura. Quanto basta per intascare tremila euro al mese di vitalizio.

ilfattoquotidiano

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Agrigento, fermata al volante senza patente, picchia i Carabinieri e scappa: arrestata 76enne

Domenica sera i Carabinieri della Stazione di Ravanusa, in provincia di Agrigento, hanno arrestato una donna di 76 anni e il figlio quarantasettenne per violenza, resistenza e lesioni a Pubblico Ufficiale. La casalinga era alla guida della Volkswagen Golf senza aver mai conseguito la patente. Fermata dai Carabinieri è fuggita provando a forzare il posto di blocco, ma una volta raggiunta si è scagliata assieme al figlio, pastore, sui militari dell’Arma.

I due, già noti alle Forze dell’Ordine, sprovvisti anche della copertura assicurativa e indispettiti dall’accertamento cui erano stati sottoposti, “Senza ragionevole motivazione si scagliavano contro i militari operanti, colpendoli con violenza fisica e procurando loro lesioni per le quali dovevano successivamente ricorrere a cure mediche presso la locale Guardia Medica”. Madre e figlio sono stati accompagnati a casa dove sconteranno gli arresti domiciliari in attesa dell’udienza di convalida.

ilmessaggero

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Mps prestava i soldi ai ricchi, loro non li ridavano ecco i nomi:

Fra i debitori che non hanno onorato i debiti verso il Montepaschi c’è anche Giuseppe Garibaldi. Incidenti che capitano alla banca più antica del mondo. Evidentemente anche in tempi non sospetti, a Siena sentivano il fascino della camicia rossa. Ma soprattutto rivelavano una certa reverenza nei confronti dei poteri forti. Preferibilmente in odore di massoneria.

Nell’archivio della banca c’è questa lettera dell’Eroe dei Due Mondi: «Signor Esattore mi trovo nell’impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile». Correva l’anno 1863 e non sapremo mai il destino di quel debito.

C’è anche da dire che a Siena avevano una certa dimestichezza con i protagonisti del Risorgimento. Fra il 1928 e il 1932, infatti, la banca era entrata in possesso della tenuta di Fontanafredda che Vittorio Emanuele II aveva regalato alla Bella Rosina. Gli eredi se l’erano fatta espropriare per un debito non pagato. Un npl (non performing loans) in versione reale.
Giuseppe Garibaldi e i nipoti della moglie del Re che non poteva diventare Regina. A Siena sono sempre stati molto trasversali nella scelta dei loro clienti. E anche le sofferenze rifiutano il monocolore. Così fra i clienti che non hanno rimborsato figurano la Sorgenia della famiglia De Benedetti e Don Verzè che, grazie anche all’amicizia con Silvio Berlusconi aveva fondato l’ospedale San Raffaele portandolo anche al dissesto con un buco di duecento milioni. Dagli archivi risultava anche, almeno fino all’anno scorso, una fidejussione di 8,3 milioni che il Cavaliere aveva rilasciato a favore di Antonella Costanza, la prima moglie del fratello Paolo. La signora aveva acquistato, per nove milioni, una villa da sogno in Costa Azzurra e poi aveva dimenticato di pagarla. A Siena, però, conoscevano bene la famiglia Berlusconi e si fidavano. Erano stati i primi a credere nella capacità imprenditoriali di Silvio e non se n’erano certo pentiti.

Non altrettanto bene però, sono andate le cose con il gruppo che fa capo a Carlo De Benedetti, l’eterno rivale del Cavaliere. Sorgenia, il gruppo elettrico guidato da Rodolfo, primogenito dell’Ingegnere, ha lasciato un buco da 600 milioni. Le banche hanno trasformato i debiti in azioni. Ora sperano di trovare un compratore. Il cuore di Sorgenia è rappresentato da Tirrenia Power le cui centrali sono localizzate in gran parte fra la Liguria e l’Italia centrale. Naturale che Mps fosse in prima linea nel sostenere l’investimento e oggi a dover contabilizzare le perdite.

Ma i problemi di Mps non si fermano alla Toscana e zone circostanti. La forte presenza in Lombardia attraverso la Banca Agricola Mantovana ovviamente l’ha portata in stretti rapporti d’affari con il gruppo Marcegaglia che ha sede da quelle parti. Fra l’altro Steno, fondatore dell’azienda siderurgica, era stato uno dei soci della Bam che aveva favorito l’ingresso di Siena. Tutto bene fino a quando al timone è rimasto il vecchio. Poi è toccato ai figli Antonio ed Emma. Complice la crisi economica, hanno accumulato un’esposizione di 1,6 miliardi che le banche hanno dovuto ristrutturare aggiungendo altri 500 milioni.

Ma a parte questi nomi eccellenti chi sono gli altri debitori che hanno mandato in crisi la banca più antica del mondo? La ricerca non è facile. Il gruppo dei piccoli azionisti del Monte guidato da Maria Alberta Cambi (Associazione del Buongoverno) ha cercato l’identità delle insolvenze. I dirigenti della banca si sono rifiutati di rispondere schermandosi con le regole della privacy. Qualcosa, però, hanno detto. Non i nomi ma almeno la composizione.

Viene fuori che il 70% delle insolvenze è concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti per più di 500mila euro. In totale si tratta di 9.300 posizioni e il tasso di insolvenza cresce all’aumentare del finanziamento. La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Ovviamente un tasso di mortalità così elevato sulle posizioni più importanti apre molti interrogativi sulla gestione. Anche perché la gran parte dei problemi nasce dopo l’acquisizione di Antonveneta. Prestiti concessi nel 2008 che finiscono a sofferenza nel 2014. Certo sono gli anni della grande crisi. Ma non solo. La scansione dei tempi dice anche un’altra cosa: Mussari e Vigni hanno concesso i crediti. Profumo e Viola hanno dovuto prendere atto che erano diventati fuffa.

liberoquotidiano.it

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LA MALATTIA DEGLI ULIVI ERA TUTTA UNA TRUFFA!

Svolta nell’inchiesta della Procura di Lecce sulla diffusione del batterio Xylella fastidiosa. Sono dieci i nomi che sono stati iscritti sul registro degli indagati. Tra loro, oltre a funzionari della Regione Puglia, ricercatori del Cnr e dello Iam e componenti del Servizio Fitosanitario centrale, c’è anche Giuseppe Silletti, comandante regionale del Corpo Forestale, nelle vesti di commissario straordinario per l’emergenza fitosanitaria. Rispondono dei reati di diffusione colposa di una malattia delle piante, inquinamento ambientale colposo, falsità materiale e ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, getto pericoloso di cose, distruzione o deturpamento di bellezze naturali.
I nomi sono riportati nel decreto con cui le pm Elsa Valeria Mignone e Roberta Licci dispongono il sequestro preventivo d’urgenza di tutte le piante di ulivo interessate dalle operazioni di rimozione immediata come previsto dal Piano Silletti e individuate nell’ordinanza del commissario del 10 dicembre scorso. Sotto chiave sono finiti anche tutti gli ulivi interessati dalla richiesta di rimozione volontaria “sulla base del verbale dell’Ispettore fitosanitario, in cui si rileva la presenza di sintomi ascrivibili a Xylella fastidiosa”, in esecuzione alle previsioni della nota di Silletti del 3 novembre scorso. Inoltre, sono sequestrate tutte le piante di olivo già destinatarie dei provvedimenti di ingiunzione e prescrizione di estirpazione di piante infette emessi dall’Osservatorio fitosanitario regionale. Su quei terreni, ad ogni modo, si consente qualunque intervento colturale che non sia il taglio degli alberi al colletto del tronco o la loro eradicazione.
Il decreto è stato notificato a Silletti nel pomeriggio del 18 dicembre dagli agenti del Nucleo ispettivo del Corpo Forestale dello Stato.
Gli altri indagati sono l’ex e l’attuale dirigente dell’Osservatorio fitosanitario regionale, Antonio Guario e Silvio Schito; Giuseppe D’Onghia, dirigente del Servizio Agricoltura Area politiche per lo sviluppo rurale della Regione Puglia; Giuseppe Blasi, capo dipartimento delle Politiche europee e internazionali e dello sviluppo rurale del Servizio fitosanitario centrale; Vito Nicola Savino, docente dell’Università di Bari e direttore del Centro di ricerca Basile Caramia di Locorotondo; Franco Nigro, docente di Patologia vegetale presso Università di Bari; Donato Boscia, responsabile della sede operativa dell’Istituto per la protezione sostenibile delle Piante del Cnr; Maria Saponari, ricercatrice presso lo stesso istituto del Cnr; Franco Valentini, ricercatore presso lo Iam di Valenzano.
Nelle 58 pagine di decreto, viene ripercorsa l’intera vicenda, a partire dalla prima segnalazione dei sintomi di disseccamento degli ulivi, già dal 2004-2006 e poi nel 2008. All’inizio, però, si attribuirono le cause solo alla lebbra dell’olivo, per la quale, tra il 2010 e il 2012, sono stati anche avviati campi sperimentali “per testare prodotti non autorizzati” per combattere la malattia e per il diserbo degli oliveti con fitofarmaci Monsanto. Nelle varie tappe anche i primi convegni italiani su Xylella, come quello nell’ottobre 2010 presso lo Iam di Bari.
Infine, le analisi, fatte svolgere dalla Procura su ulivi di San Marzano (Ta) e Giovinazzo (Ba), con gli stessi sintomi delle piante salentine. Hanno dato esito negativo. E per gli inquirenti questa è la prova per cui “la sintomatologia del grave disseccamento degli alberi di ulivo non è necessariamente associata alla presenza del batterio, così come d’altronde non è , ancora allo stato, dimostrato che sia il batterio, e solo il batterio, la causa del disseccamento”.
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Valverde (CT) I genitori si separano, 14enne si impicca in casa della madre

I genitori si separano, 14enne si impicca in casa della madre

Una quattordicenne si è tolta la vita, impiccandosi nella sua stanza nella casa in cui abitava assieme alla madre a Valverde. Secondo quanto si è appreso, soffriva per la separazione dei genitori. La ragazza ha lasciato un biglietto che spiegava a mamma e papaà il suo drammatico gesto e per sottolineare che non era colpa loro.

Ha lasciato una lettera con parole di saluto e ha chiesto alla madre di trasmetterle ai suoi amici. Il fatto è successo intorno a mezzanotte e la madre l’ha scoperto al rientro a casa.

Quando i medici del 118 sono giunti in casa era già morta per asfissia. Secondo il procuratore della Repubblica Carmelo Zuccaro: “C’erano delle fragilità pregresse nella ragazzina, i cui genitori si erano separati cinque anni fa, ma cerchiamo la causa scatenante del suicidio, che al momento non emerge con chiarezza. Che sia un suicidio non ci sono dubbi, anche alla luce della lettera di spiegazioni che la ragazza ha lasciato. Non emergono problemi di scuola o di relazione. Attendiamo il rapporto dei carabinieri della compagnia di Gravina di Catania per avere un quadro più chiaro anche sul movente”.

“Siamo vicini alla famiglia in un momento di così grande dolore, frutto di un disagio giovanile che a volte non si riesce neppure a percepire. La nostra comunità, sconvolta, è vicino ai suoi familiari”. Così il sindaco di Valverde, Saro D’Agata, ha commentato la notizia.

cataniatoday.it

 
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Uniti si vince!