L’assessore uscente dona pacchi di pasta con la propria foto

Pacchi di pasta con l’effige dell’assessore veneto Elena Donazzan. A bollare il curioso gadget elettorale come un “clichè della peggiore prima Repubblica”

 

 

è il candidato della lista “con Alessandra Moretti Presidente” Alessandro Padrin, commentando la distribuzione di pasta che sarebbe avvenuta da parte degli attivisti veneti di Forza Italia a supporto della candidatura dell’assessore uscente al lavoro della giunta Zaia.

 

fonte: ANSA

 

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Napoli: Bambino Trova la Cocaina in casa

Napoli – Nessun genitore è perfetto, nemmeno con tutta la buona volontà possibile. Il compito di crescere un bambino non è certo facile, ma c’è davvero un limite a tutto. Lasciare morire un bimbo di tre anni per un overdose di cocaina è davvero un limite che non ha nessun tipo di spiegazioni.

I due genitori, Carlo Romeo e Alina Bondì, due napoletani di 36 e 34 anni, erano già noti alle autorità per la loro tossicodipendenza. Diverse infatti le denunce per possesso di stupefacenti e per spaccio. La loro droga preferita? la cocaina.

Secondo le ricostruzioni dei poliziotti, il bambino, ritrovatosi solo in casa mentre i genitori si trovavano altrove ( non hanno voluto dichiarare dopo) avrebbe trovato diversi grammi di cocaina contenuti in una busta sul tavolo della cucina.

Aveva visto più volte i genitori assumere la droga, quindi non riteneva di stare maneggiando qualcosa di pericoloso. La scientifica dichiara che il bambino avrebbe assunto una quantità di cocaina pari a tre grammi, sufficiente a stroncare il cuore di un uomo adulto, figuriamoci quello di un bimbo così piccolo.

I genitori rischiano adesso parecchi anni di galera per quanto accaduto a loro figlio. Inoltre, diverse altre buste piene di droghe di diverso tipo sarebbero state rinvenute nell’abitazione.

Ancora una volta un piccolo innocente paga il fio dell’irresponsabilità dei propri genitori. Senza ombra di dubbio una maggiore responsabilità da parte dei suoi genitori avrebbe potuto scongiurare questa inutile tragedia.

La droga uccide, non solo chi la assume per divertirsi, ma anche chi non ha colpa.

FONTE

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E’ morto Marco Pannella. Aveva 86 anni

ROMA – Se n’è andato il “guerriero” dei diritti civili in Italia. E’ morto Marco Pannella. Il leader radicale si è spento intorno alla 14 nella clinica romana di Nostra Signora della Mercede dove era stato portato ieri pomeriggio. L’annuncio, con il Requiem di Mozart, da Radio Radicale. La stessa emittente che ieri aveva dato la notizia del ricovero. Pannella aveva compiuto 86 anni lo scorso 2 maggio e le sue condizioni erano sempre più gravi: lottava con un tumore al fegato e uno ai polmoni. Una malattia di cui, per scelta, parlava pubblicamente.

Dallo scorso marzo si erano intensificate le notizie su un aggravamento delle sue condizioni e l’anziano leader aveva interrotto tutte le attiività pubbliche e si era ritirato nella sua casa di Via della Panetteria dove aveva ricevuto le visite e l’omaggio di moltissimi compagni e uomini politici.

Lunghissima – piena di svolte, passioni, rotture – la sua vita politica. Nato a Teramo nel 1930, si era laureato in legge nel 1950. Nel 1955, dopo un’esperienza nella gioventù liberale e nell’unione goliardica italiana, fonda il partito radicale insieme a Pannunzio, Carandini, Cattani. Diventa segretario nel 1963, dopo un’esperienza a Parigi come corrispondente del Giorno. Già nel ’65 comincia campagna divorzista con Loris Fortuna. Nel 1974 conduce la campagna per il no all’abrogazione del divorzio. Un anno dopo, inizia la battaglia per la depenalizzazione delle droghe facendosi arrestare per aver fumato uno spinello in pubblico. Nel 1981 la vittoria al referendum per il no all’abrogazione dell’aborto.

E’ nel 1976 che entra per la prima volta alla Camera come deputato: sarà rieletto nel ’79, nell’83 e nell’87. In tanti, negli ultimi anni, hanno invocato un seggio come senatore a vita per Marco Pannella. Ma il leader radicale è morto senza aver mai ricevuto questo riconoscimento.

Tra i primi messaggi di cordoglio, quello del premier Matteo Renzi che stava parlando di Europa con il primo ministro olandese Mark Rutte: “E’ la scomparsa di un grande leader italiano, che ha segnato la storia dell’Italia”, dice. “Vorrei a nome mio personale e del governo e della forza politica che rappresento fare un grande omaggio alla storia di questo combattente e leone della libertà”.

Poi arriva la seconda carica dello Stato, Piero Grasso.  “Marco Pannella ha affrontato la malattia con la stessa fierezza con la quale, per decenni, si è battuto per le cause in cui credeva. Dobbiamo moltissimo a quest’uomo forte e appassionato che, come accade raramente, è stato sempre stimato anche dai suoi avversari. Con lui se ne va un protagonista assoluto della storia repubblicana e delle battaglie per i diritti civili. Addio Marco”.

repubblica
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“Niente profughi, prima le 150 famiglie che abitano nel mio Comune”

PIETRASANTA – “Stimo sua eccellenza il Prefetto di Lucca e ho grande rispetto ma gli chiedo prima di pensare alle 150 famiglie che vivono nel mio comune che vivono in situazione di profondo disagio, non hanno una casa e non riescono ad assicurare il necessario ai propri figli. Se deve requisire degli immobili, per adibirli ad alloggio, lo faccia prima per loro.

 

Poi penseremo ai migranti. Pietrasanta, in questo momento, ha altre emergenze che sono quelle di aiutare le famiglie della nostra comunità. Mi dispiace: non possiamo venire incontro al Prefetto”. Massimo Mallegni, sindaco di Pietrasanta non ha intenzione di cedere di fronte all’ipotesi di assegnazione di 40 migranti al Comune di Pietrasanta avanzata dal Prefetto di Lucca, Giovanna Cagliostro. “Il Prefetto – prosegue Mallegni – è il terminale di un Governo non eletto, incapace ed incompetente che paventa addirittura di requisire proprietà private o immobili di utilità pubblica. Sono dispiaciuto per il Prefetto di Lucca, so quali sono i suoi stati d’animo. Ma probabilmente l’obbedienza alle istituzioni è in contrasto con gli interessi della comunità”.

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Le spese pazze del cardinale Pell: 500mila euro in 6 mesi per abiti, viaggi e arredi

Il cardinale australiano George Pell, ex arcivescovo di Sydney e attuale prefetto della Segreteria per l’Economia della Santa Sede, era balzato agli onori della cronaca dopo essere stato accusato in un’inchiesta australiana di aver aiutato alcuni preti sospettati di pedofilia, spostandoli da una parrocchia all’altra, coprendoli per proteggere l’arcidiocesi e il suo patrimonio. Ora torna sulle prime pagine dei giornali in questi giorni, in seguito alle tante rivelazioni uscite dopo lo scandalo Vatileaks 2, come ormai molti media lo stanno definendo.

Tra i documenti segreti usciti con l’inganno dalle stanze del Vaticano hanno infatti destato parecchio scalpore quelli che riportano le spese sostenute da Pell. Come si può leggere nel libro “Avarizia”, realizzato in gran parte proprio utilizzando quelle fonti segrete, “da luglio 2014 a gennaio 2015 gli esborsi hanno infatti toccato i 501 mila euro”. Una cifra veramente impressionante che lascia interdetti se si va a vedere il dettaglio delle varie voci. Tra le altre si possono leggere un sottolavello da 4600 euro, alcuni metri di tappezzeria da 7292 euro, 47mila euro di mobili e arredi vari. Per non parlare dei 2508 euro spesi presso la sartoria Gammarelli, storico negozio che dal 1798 veste la curia romana.

Poi c’è tutto il capitolo viaggi fatti sempre ed esclusivamente in business class. Roma-Londra a 1103 euro, Roma-Dresda 1150 euro e un altro viaggio verso l’Inghilterra a 1200 euro. E questi sono solo alcuni esempi dei tantissimi spostamenti di lusso effettuati dal cardinale Pell e dal vice Casey.

Insomma una situazione fuori controllo che fa letteralmente a pugni con tutte le indicazioni date da Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato. Si parlava qualche tempo fa della spending review imposta da Bergoglio a tutti i livelli ecclesiastici. Forse la comunicazione non è arrivata chiaramente a Pell che ha continuato a fare i propri comodi come se niente fosse.

fonte diretta news

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Svezia: addio 8 ore lavorative, si passa a 6 ore per lavorare meglio ed essere più felici.

Lavorare di meno, produrre di più, vivere meglio: manca solo il classico “e vissero tutti felici e contenti” e avremmo un perfetto finale hollywoodiano. O scandinavo, in questo caso. La formula magica che consente l’inverosimile quadratura del cerchio della vita moderna proviene dalla Svezia, dove un numero crescente di aziende, imbeccate da qualche amministrazione locale illuminata, sta riducendo l’orario di lavoro dalle classiche otto ore a sei per favorire il benessere fisico e mentale dei propri dipendenti, e al contempo aumentare la produttività.

Il principio, in fondo, è semplice e ce lo spiega Linus Felds, amministratore delegato di Filimundus, società che sviluppa app per smartphone: “Restare concentrati per otto ore consecutive è molto difficile, e per farlo siamo costretti a intervallare spesso con delle pause e mescolare con altre attività per rendere tollerabile la giornata. Le otto ore, dunque, non sono mai davvero effettive. E ti complicano la gestione della tua vita al di fuori dell’ufficio“. In altre parole: non si lavora mai otto ore effettive, e dunque è più utile scremare il tempo che si trascorre in azienda dalle pause, consentendo ai dipendenti di godere di più tempo libero, e ottenere in cambio una maggiore intensità produttiva durante l’orario di ufficio. La Toyota di Goteborg ci è arrivata molto tempo prima, all’inizio del nuovo millennio, e i risultati sono stati straordinari: dipendenti più felici, basso tasso di avvicendamento e profitti in crescita del 25%.

Alla stessa conclusione è giunta una casa di cura di Goteborg, il centro Svartedalens, che ha ridotto l’orario di lavoro di infermieri e personale medico, migliorando non solo la loro esistenza ma anche quella dei pazienti. Certo, per coprire le esigenze degli anziani clienti della struttura è stato necessario assumere 14 persone in più e non tutte le aziende sono in grado di permettersi questo tipo di contromisura.

Quello che è stato definito “il grande esperimento sociale svedese” è partito nell’aprile 2014, con l’annuncio da parte del governo cittadino di Goteborg di voler diminuire l’orario di lavoro nel settore pubblico, con l’obiettivo ambizioso di aumentare la produttività, tagliare i costi e migliorare la qualità della vita dei lavoratori. L’esperimento è stato un pieno successo. Sorpresa? Non più di tanto. In fondo, già negli anni Trenta del secolo scorso il grande Bertrand Russell, nel suo “Elogio dell’ozio”, aveva pronosticato che il progresso tecnologico avrebbe ridotto l’orario di lavoro fino a un massimo di 20 ore alla settimana.

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E’ siciliano l’olio d’oliva più buono del mondo

Ci sono tre aziende olivicole siciliane del Siracusano fra i produttori premiati a livello internazionale nell’ambito della 13ª edizione di Sol d’Oro di iniziativa di Veronafiere; la rassegna che premia i migliori olii extravergine di oliva di qualità a livello mondiale. I prestigiosi riconoscimenti sono stati assegnati a tre aziende che si sono affermate nelle categorie: Fruttato medio (Azienda Agricola La Tonda),Fruttato intenso (Azienda Terraliva) e Monovarietale (Azienda Agrestis).

“A dispetto dell’annata meterologicamente non felice – dice Nino Caleca, Assessore Regionale dell’Agricoltura, appena ricevuta la notizia – gli oli extravergine di oliva siciliani si affermano e ottengono meritati riconoscimenti a livello internazionale. E’ la conferma della capacità delle nostre aziende di saper produrre bene, in sicurezza, nel rispetto del territorio e con alti livelli qualitativi. E’ questa la Sicilia che produce di cui possiamo andare orgogliosi e che dobbiamo rappresentare a livello internazionale quando parliamo di eccellenze e di biodiversità in Sicilia. Intendo incontrare al più presto gli imprenditori premiati – continua Nino Caleca – per chiedere loro di aiutarmi a testimoniare al mondo intero nel Cluster Bio-mediterraneo di Expo 2015 la capacità della Sicilia di raccontare una storia millenaria”.

L’olio extravergine di oliva, elemento cardine della dieta mediterranea, è oggi un prodotto dell’eccellenza agroalimentare italiana molto richiesto all’estero e considerato al pari di un bene di lusso.I campioni sottoposti al giudizio sono stati quest’anno 238. Gli oli vincitori di medaglia, con la scheda di degustazione redatta dai 13 giudici del panel, saranno inseriti nella guida “Le stelle del Sol d’Oro” e verranno premiati formalmente nel corso di Sol&Agrifood, in programma dal 22-25 marzo 2015.

 

Ecco l’elenco dei vincitori SOL d’ORO edizione 2015

(fonte: www.solagrifood.com)

Categoria oli fruttato leggero: 

Sol d’Oro – Azienda Agricola Pietrabianca di Casalvelino (Salerno) – Campania
Sol d’Argento – Frantoio della Valle di Prezza (L’Aquila) – Abruzzo
Sol di Bronzo  – Azienda Agricola La Selvotta di Vasto (Chieti) – Abruzzo

Categoria oli fruttato medio: 

Sol d’Oro – Azienda Agricola La Tonda di Buccheri (Siracusa) – Sicilia 
Sol d’Argento – Azienda Agricola Paolo Bonomelli di Torri del Benaco (Verona) – Veneto
Sol di Bronzo – Società. Agricola Fonte di Foiano di Castagneto Carducci (Livorno) – Toscana

Categoria oli fruttato intenso: 

Sol d’Oro – Azienda Agricola Terraliva di Siracusa – Sicilia 
Sol d’Argento – Frantoio Franci di Montenero d’Orcia (Siena) – Toscana
Sol di Bronzo – Frantoio Gaudenzi di Trevi (Perugia) – Umbria

Categoria oli biologici: 

Sol d’Oro – Finca La Reja s.l. di Bobadilla (Malaga) – Spagna
Sol d’Argento – Agraria Riva del Garda di Riva del Garda (Trento) – Trentino Alto Adige
Sol di Bronzo – Azienda Agricola Tommaso Masciantonio di Casoli (Chieti) – Abruzzo

Categoria oli monovarietali: 

Sol d’Oro – Società Agrestis di Buccheri (Siracusa) – Sicilia 
Sol d’Argento – Società Agricola OlioCRU di Arco (Trento) – Trentino Alto Adige
Sol di Bronzo – Frantoio Hermes di Di Mercurio Claudio di Penne (Pescara) – Abruzzo

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Giordano: le riforme di Renzi fanno schifo, lui va fermato in ogni modo

Sarò uno sfascista, ma l’idea di votare sì al referendum costituzionale mi fa venire la scarlattina agli zebedei. Innanzitutto per un motivo di sostanza: questa riforma fa schifo. È vero che, come dicono molti, non devi cercare il meglio perché il meglio è nemico del bene. Ma qualcuno dovrebbe spiegarmi dove sta il bene in questo caso: in un Senato zeppato di consiglieri regionali (la peggior classe politica che siamo riusciti a esprimere nella storia della Repubblica)? In un bicameralismo fasullo che renderà ancor più farraginoso l’iter delle leggi? In un Parlamento di nominati che si fa sberleffi di ogni forma di contrappeso democratico? In un inevitabile pasticcio che ci farà presto rimpiangere persino le convergenze parallele della Prima Repubblica? E noi dovremmo accettare tutto questo perché? Per dare la possibilità a Renzi di appuntarsi sul petto la medaglia al valor costituzionale? Per mettere un’altra tacca sulla pistola con cui sta uccidendo la speranza di questo Paese?

Dicono che il centrodestra non può tirarsi indietro, deve scegliere il sì al referendum perché questa riforma l’aveva sostenuta all’inizio, perché l’uovo costituzionale è stato covato nel nido comune del Nazareno e dunque cambiare idea ora sarebbe un terribile e insopportabile voltafaccia. Perdindirindina, il voltafaccia, che scandalo, signora mia, che brutta cosa. Come se la politica fosse da sempre il tempio della coerenza, come se nessun partito avesse mai cambiato idea, o bandiera, o posizione, se non avessimo visto il Parlamento popolarsi a ogni stagione di trottole sempre in movimento, giravolte continue, magari per convinzione o anche solo per convenienza. Per dire: solo pochi giorni fa il centrodestra sosteneva con forza la candidatura di Bertolaso a sindaco di Roma. «Non cambieremo mai idea», dicevano. Poi hanno pensato che era meglio cambiare idea e l’hanno fatto. Oplà, senza batter ciglio. È normale. È la politica.

Nel caso del referendum, fra l’altro, non si tratterebbe nemmeno di un vero voltafaccia. Perché il pacchetto delle riforme (costituzionale più legge elettorale) uscito dal cilindro magico di Renzi è assai diverso da quello su cui si stava trattando sotto il cappello del Nazareno. È stato cambiato progressivamente. E radicalmente. Ed è stato cambiato da una parte sola, a colpi di maggioranza, come se la Costituzione potesse diventare davvero proprietà del Giglio Magico, scendiletto dei bisogni del Pd, appena addolcito e ripulito dal lavacro del referendum. In effetti se passa il sì, con il voto di una minoranza di italiani (il quorum, si sa, in questo caso non servirà) avremo l’Italia fondata su una Carta che divide, anziché unire, che lacera anziché compattare. E il centrodestra dovrebbe dare il suo assenso a tutto ciò, dopo essere stato ripetutamente preso a pesci in faccia, soltanto perché all’origine aveva accettato di sedersi al tavolo per discutere le riforme? Magari illudendosi di trovare dall’altra parte un vero statista e non un bulletto istituzionale? Un’apertura al dialogo (in buona fede e poi tradita) dovrebbe legare le mani per sempre? E per quale motivo?

Diciamo la verità: il referendum sulla Costituzione ormai è diventato un referendum su Renzi. Il premier usa questa carta per cristallizzare e santificare il suo potere, gli altri per dire che non sono d’accordo. E allora, a proposito di coerenza: sono vere le cose che vengono ripetute da Berlusconi e dal centrodestra sul regime renziano? Sul suo deficit originario di democrazia? Sulla sua incapacità di gestire l’economia? Sulle tragiche mancanze in politica estera? È vero o no che per colpa di questo governo (mai votato degli italiani) cresciamo meno del resto d’Europa? È vero o no che accumuliamo figuracce internazionali a non finire? Queste affermazioni vengono ripetute continuamente dai leader di Forza Italia. E allora qual è la conseguenza naturale di affermazioni del genere? Provare a fermare chi si macchia di tutto questo? Oppure sostenerlo? E chi è il vero sfascista? Chi prova a ribellarsi allo sfascio di questo Paese dicendo «no»? O chi vuol lasciare procedere il Paese lungo il suo declino, piegando il ginocchio a un servile «sì»?

di Mario Giordano Libero

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Vietato andare in bagno: operai come bestie nelle fabbriche lager costretti a lavorare col pannolino

Il pollo al cloro a basso costo, che con il TTIP arriverà nelle tavole degli italiani dagli USA, è prodotto da operai che per massimizzare il profitto sono costretti a lavorare con il pannolino e a fare i loro bisogni letteralmente sul posto di lavoro per non perdere tempo.

di Daniele Zaccaria, da Il Dubbio

Costretti a lavorare con il pannolino per non farsela addosso, dieci ore consecutive alla catena di montaggio circondati dal sangue e dagli escrementi animali sotto lo sguardo arcigno dei superiori: “Provate ad andare in bagno e vi spediamo subito alle risorse umane!“.
Sembra la descrizione di una fabbrica di schiavi di un paese del terzo mondo o un’immagine della prima rivoluzione industriale. Invece è la vita quotidiana per migliaia di lavoratori negli allevamenti di polli negli Stati Uniti, prima potenza economica del pianeta. Condizioni disumane e degradanti messe a fuoco in un’inchiesta condotta dall’Ong Oxfam e poi ripresa dal Washington Post.

La concorrenza sempre più accanita in un settore di consumo di massa come quello del pollame che impiega 250mila persone spinge le imprese a esasperare i ritmi produttivi e di conseguenza a violare sistematicamente i diritti di chi lavora. L’obiettivo è sfornare cosce, petti, ali di pollo o simil-pollo che verranno poi rivenduti a prezzi popolari alle migliaia di catene di fast food che campeggiano sul territorio americano.

Il rapporto si basa su centinaia di interviste realizzate con operai e impiegati degli allevamenti-mattatoi di Perdue, Tyson Foods, Pilgrim’s e Sanderson Farms: «In molte fabbriche andare a fare la pipì è diventato praticamente impossibile», denuncia Oxfam precisando che molti manager raccomandano di bere e mangiare il minimo indispensabile: «Gli operai limitano il consumo di cibo e bevande a livelli pericolosi per la salute». Dove è consentita la pausa pipì si formano code di un quarto d’ora che alla fine scoraggiano i lavoratori che sono costretti a camminare lentamente su un pavimento scivoloso ricoperto di sangue e di residui organici. In uno stabilimento dell’Alabama interrompere il lavoro qualche minuto per soddisfare un’esigenza fisiologica è consentito solo tramite un’autorizzazione scritta della direzione e chi sgarra viene rimandato a casa senza complimenti o ingiusta causa che tenga. Così sono sempre più frequenti episodi umilianti, uomini e donne che preferiscono urinare e defecare nei pantaloni che rischiare di perdere il posto di lavoro: «Ormai sono obbligata a indossare dei Pampers e con me tanti altri compagni di lavoro», racconta un’impiegata. La fotografia Oxfan è in tal senso impietosa: «Negli allevamenti di pollame gli operai hanno dei salari più bassi della media ma sono più esposti a incidenti e malattie che in altri settori, lavorano in condizioni indegne e in un clima di paura». E dire che negli ultimi anni l’industria della produzione e distribuzione del pollame negli Stati Uniti è in forte crescita come lo sono i profitti delle imprese.

Debbie Berkowitz, esponente del National Employement Law Project, un istituto che si batte per la sicurezza sui luoghi di lavoro ha visto con i suoi occhi quel che accade in quelle fabbriche-lager: «Gli operai si tengono spalla contro spalla a ogni lato della catena di produzione, coltello e forbici nelle mani, trascorrono il tempo in un ambiente freddo, umido, rumoroso e insalubre, tra sangue ed escrementi tagliano, disossano, confezionano il pollo, un gesto che sono costretti a ripetere migliaia e migliaia di volte ogni giorno. Una fabbrica media produce 180mila polli al giorno, un operaio ne manipola 40 ogni minuto».
Non è la prima volta che vengono puntati i riflettori sugli alienanti sistemi di produzione dell’industria del pollame negli Stati Uniti. Nel 2013 il Southern Poverty Law Center aveva calcolato che negli allevamenti intensivi dell’Alabama l’80% degli operai non aveva diritto alla pausa pipì, una percentuale che saliva al 86% in Minesota dove in media gli impiegati riescono ad andare al bagno una o due volte a settimana. Se i portavoce di Perdue negano che nei loro centri di produzione sia vietato andare in bagno anche perché sarebbe una violazione del codice del lavoro americano, la Tyson Food ammette che potrebbero esserci delle «disfunzioni», aggiungendo che condurrà un’inchiesta interna per sapere se i manager rispettano le regole in tutte le filiali.

beppegrillo.it

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Quei soldi del Vaticano spesi per porno ristrutturazioni e armi

Soldi destinati ai poveri utilizzati per fini meno nobili, «spese pazze» per centinaia di migliaia di euro, fondazioni religiose nate con obiettivi caritatevoli trasformatesi in succursali economiche per acquisti di lusso, un patrimonio immobiliare gigantesco. C’è questo, e molto altro, nel Vaticano segreto raccontato dal giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi, autore del libro «Avarizia» in libreria da domani. E ci sono le conversazioni private di Papa Francesco, registrate di nascosto nel luglio del 2013, nel volume di Gianluigi Nuzzi, «Via Crucis», in uscita contemporanea. Due libri che stanno destando scalpore nei giorni di «Vatileaks 2» e dell’arresto di monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, in passato rispettivamente segretario e membro della Commissione di studio sulle strutture economico-amministrative della Santa Sede, accusati di essere i «corvi» che a Fittipaldi e Nuzzi avrebbero consegnato documenti riservati, sfruttati dai due giornalisti per riempire le loro pagine. E mentre la Chaouqui, sul suo profilo Facebook, nega di essere «il corvo» e di aver «tradito il Papa», puntando il dito su Vallejo Balda, nei Sacri Palazzi c’è chi imputa al Santo Padre sbagli nelle nomine. Da Oltretevere filtrano gli umori di Papa Francesco, arrabbiato per l’inevitabile danno che le rivelazioni contenute nei due libri arrecheranno al Vaticano e alla Chiesa, ma deciso a non concedere misericordia a chi l’ha reso possibile. Il prologo di «Avarizia», prendendo le mosse dalle confidenze di un anziano monsignore, racconta l’indicibile: che la Fondazione del Bambin Gesù, ad esempio, nata per raccogliere le offerte per piccoli malati, avrebbe pagato parte dei lavori per la nuova abitazione del cardinale Tarcisio Bertone; e che il Vaticano possiede a Roma 5mila case per un valore di 4 miliardi di euro. La proprietà è dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica), che può contare anche su immobili in Gran Bretagna, Francia e Svizzera. Secondo i bilanci della stessa Apsa, nel 2013 le proprietà inglesi valevano 25,6 milioni, quelle svizzere 27,7 e quelle francesi 342. Lo scandaloso scenario raccontato in «Avarizia» parla anche delle fondazioni intitolate a Ratzinger e a Wojtyla, che avrebbero in cassa oltre 15 milioni; oppure delle offerte dei fedeli attraverso l’Obolo di San Pietro, «ammucchiate su conti e investimenti che oggi valgono quasi 400 milioni di euro». Non poteva mancare lo Ior, la Banca vaticana, che ha «quattro fondi di beneficenza» con utili «per decine di milioni». Eppure nel biennio 2013-2014 il fondo della Commissione cardinalizia, scrive Fittipaldi, «non ha scucito un soldo bucato nonostante un saldo in attivo di 425 mila euro»; quello per le opere missionarie «ha in pancia 139 mila euro» e negli ultimi due anni ha elargito «solo 17 mila euro»; il Fondo nato per finanziare le Sante Messe, con un saldo di 2,7 milioni di euro, «nel 2014 ha girato ai sacerdoti di tutto il mondo appena 35mila euro». Il Bambin Gesù, secondo lo stesso monsignore che Fittipaldi nel suo libro fa parlare a lungo, «controlla allo Ior un patrimonio pazzesco da 427 milioni di euro», l’ospedale di Padre Pio «ha 37 tra palazzi e immobili» per un valore di «190 milioni di euro», i salesiani «investono in società in Lussemburgo, i francescani in Svizzera» e alcune diocesi «hanno comprato società all’estero proprietarie di televisioni porno». In Germania un vescovo avrebbe «scialacquato 31 milioni per restaurare la sua residenza» e una volta beccato «è stato promosso con un incarico a Roma». Nel libro è scritto anche che «per diventare beati bisogna sborsare denaro», visto che, come rivela il monsignore «gola profonda», i «cacciatori di miracoli sono costosi». Parole di inaudita gravità. Come quelle riservate al cardinale australiano George Pell, collocato da Papa Francesco alla guida della Segreteria dell’Economia. Pell, secondo il prelato confidente di Fittipaldi, «in Australia è finito in un’inchiesta del governo sulla pedofilia» e «ha speso per lui e i suoi amici, tra stipendi e vestiti su misura, mezzo milione di euro in sei mesi». Ed è alla Segreteria guidata da Pell che vengono addebitate «centinaia di migliaia di euro per voli in business class, mobili di pregio e un sottolavello da 4600 euro». Fra i «segreti» spifferati all’autore di Avarizia c’è quello che riguarda il carburante e non solo: «La Santa Sede ha distribuito tesserini speciali a mezza Roma: oggi vendiamo benzina, sigarette e vestiti tax free, incassando 60 milioni l’anno». Cifre da capogiro, come quella addebitata ancora a Bertone, accusato di aver preso un elicottero, costato 24 mila euro, per andare da Roma in Basilicata. Rivelazioni frastornanti. E lo sono anche quelle contenute nel libro di Nuzzi, «Via Crucis», che verrà pubblicato in 23 Paesi e che riporta conversazioni private del Papa in cui si sente Sua Santità pretendere chiarezza e trasparenza per le finanze vaticane e infervorarsi per dei pagamenti ad alcune aziende effettuati «senza un preventivo, senza autorizzazione». Ma è in un’altra circostanza che Papa Francesco appare sconvolto e addolorato, quando ricorda che l’economo della diocesi di Buenos Aires confidò all’allora prelato provinciale Bergoglio che di alcuni investimenti fatti in una banca, più del 60 per cento furono destinati alla «fabbricazione di armi».

Luca Rocca Il tempo

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Uniti si vince!