Orge gay, chi è Francesco Spano: il ruolo di Elsa Fornero nell’Unar. Mistero sui progetti finanziati

Fino a pochi giorni fa, nessuno sapeva cosa fosse l’Unar, l’Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali travolto dal caso delle orge gay finanziate dalla presidenza del Consiglio. Un caso su cui hanno alzato il velo Le Iene. E così, spulciando nella storia di questo organismo, si scoprono diverse magagne: i fondi gestiti in modo poco trasparente; l’evasione fiscale delle realtà ad esso collegate; il fatto che con il contrasto alle discriminazioni, checché ne dica Monica Cirinnà, ha ben poco a che spartire; la mancata trasparenza nella gestione dei fondi.

L’Unar, di fatto, è il frutto di una frenetica attività di lobbying istituzionale. Venne fondato nel 2003 presso la presidenza del Consiglio, ha dunque 14 anni, ma la “svolta gay” arriva grazie ad Elsa Fornero: quando era ministro del Lavoro con delega alla Pari opportunità, con un atto amministrativo, allargò le competenze dell’Unar al mondo Lgbt (lesbo, gay, bisex, trans). Da anni, Carlo Giovanardi si batte affinché si faccia chiarezza su quest’organismo, sulle sue consulenze e sui suoi meccanismi: nel giro di poco tempo, da che la Fornero ci mise le mani, l’Unar è diventato l’ente governativo in assoluto più vicino e rappresentativo del mondo omosex.

È in questo contesto che si arriva, nel 2016, alla nomina di Francesco Spano, il presidente dell’Unar che si è dimesso in seguito allo scandalo. Un nome voluto da Giovanna Melandri: da tempo Spano era vicino agli ambienti dem ed era stato a capo della Consulta giovanile per il pluralismo religioso e culturale, istituito proprio dalla Melandri. Di Spano, addirittura, si trova una foto che lo ritrae al fianco di Agostino Vallini, cardinale vicario di Roma. In pochi lo conoscevano fino a quando ha fatto una figura barbina davanti ai microfoni di Filippo Roma, quando ha balbettato sui finanziamenti concessi dall’ente che presiedeva a circoli dove si praticavano orge omosessuali, prostituzione e pratiche erotiche e sadomaso estreme.

Ma ora il caso si allarga. Già, perché come sottolinea Il Tempo ci sono altri finanziamenti sospetti concessi dall’Unar. Nel dettaglio, i fari sono puntati su 1,4 milioni di euro, concessi a due vincitori di bandi promossi lo scorso 4 novembre: 200mila euro sono andati a diversi Comuni, il grosso della torta invece ad associazioni che promuovono progetti contro le discriminazioni. Ma quali progetti sono stati finanziati? Mistero: sul sito dell’Unar non ci sono tracce. “Bisognerebbe chiedere al direttore, ma si è dimesso – spiegano dall’ente -. E il dirigente è in ferie”. A chi vanno, dunque, quei soldi?

liberoquotidiano.

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Bambini costretti a indossare abiti femminili e ridotti a schiavi sessuali dei loro “padroni”

Costretti a indossare abiti femminili e ridotti a schiavi sessuali dei loro “padroni”. E’ il tragico destino riservato ai Bacha-bazi (letteralmente “bambini per gioco”), i giovani e giovanissimi afghani rapiti o adescati per strada e negli orfanotrofi, o ancora venduti dalle loro stesse famiglie, per intrattenere uomini molto più grandi di loro, ballando e cantando in feste e banchetti, e soddisfare le loro perversioni sessuali. Solo quando raggiungono la maggiore età (i 18 anni) i Bacha-bazi vengono liberati, ma a quel punto il futuro che li aspetta è fatto solo di esclusione sociale e discriminazioni. Le condizioni di sottomissione in cui sono costretti a vivere questi ragazzi segnano la loro esistenza per sempre.

In genere i Bacha-bazi hanno tra gli otto e i quattordici anni e rappresentano l’emblema della piaga della pedofilia, che in Afghanistan continua a essere tollerata (mentre, paradossalmente, le relazioni omosessuali sono punite severamente. Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef in Italia, scriveva nel 2015: “I ‘proprietari’, chiamiamoli così, dei Bacha-bazi approfittano della condizione di povertà in cui vivono questi bambini e le loro famiglie, sapendo che i genitori non posso rifiutarsi o denunciarli, perché sono troppo potenti e influenti e nessuno avrebbe il coraggio di opporsi”. “Essere un ‘bambino danzante’ – sempre secondo Iacomini – vuol dire subire un forte danno psicologico, dovuto al cambio di personalità, essere picchiato e vittima di ripetute violenze carnali da parte del proprio padrone o dei suoi amici”. Inoltre, chi vive quell’esperienza tende crescere con sentimenti di odio e vendetta, e spesso finisce per perpetuare il ciclo degli abusi, trasformandosi a sua volta in aguzzino di atri bambini.

E sono proprio i “signori della guerra” ­– come denunciò nel 2010 il documentario “The dancing boy of Afghanistan”, del giornalista Najibullah Quraishi – i principali responsabili del “furto” dell’identità e della sessualità di quei ragazzini. Per i comandanti militari afghani e i membri dell’élite del paese, avere un proprio “harem” di Bacha-bazi rappresenta uno status symbol, una sorta di attestazione di potere e influenza. Un’inchiesta del New York Times del 20 settembre 2015 aveva rivelato che anche ai militari statunitensi i superiori avevano imposto di non intervenire né denunciare gli abusi sessuali degli alleati afghani, dentro e fuori delle basi militari. “Durante la notte li sentivano gridare, ma non potevano far nulla. Non era permesso”, raccontò al quotidiano il padre del caporale Gregory Buckley, rimasto ucciso in Afghanistan nel 2012.  I ragazzini che si rifiutano, vengono uccisi, come ha rimarcato su Twitter il blogger Asfandyar Bhittani. “Le donne sono per crescere i figli, i ragazzi sono per il piacere”, recita un adagio locale.

Un dramma sociale
Questa forma di sfruttamento, radicata da decenni nelle regioni settentrionali ­(dove i Mujaheddin durante l’occupazione sovietica trascorrevano lunghi periodi lontano da casa assieme ai bambini soldato), ha cominciato a diffondersi negli ultimi anni anche nelle aree controllate dai talebani. E in un Afghanistan dilaniato da decenni di guerra, gli aguzzini dei Bacha-bazi godono di totale impunità, grazie alla frequente complicità delle autorità locali. Senza contare che quasi nessuno di quei bambini denuncia i suoi aggressori: oltre alle violenze già subite, infatti, rischierebbero di essere accusati di omosessualità, un reato che in Afghanistan è punito anche con la pena di morte.

Lo scorso dicembre, a seguito della nuova ondata di violenza nel nord-est del Paese, la Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan (Aihrc) ha rilevato un aumento significativo dei Bacha-bazi. Il responsabile dell’Aihrc, Hayatullah Amiri, ha sollecitato il parlamento afgano ad approvare una legge per prevenire e contrastare questa piaga sociale. (E’ stato tra l’altro documentato che alcuni di quei ragazzini sono stati impiegati anche nelle missioni kamikaze dei talebani). E secondo l’agenzia di stampa France Press, gli integralisti islamici farebbero leva sull’attrazione dei funzionari governativi verso i Bacha-bazi per tendere trappole alla Polizia e compiere attentati nel sud del Paese. A quando una mobilitazione della comunità internazionale per una soluzione mirata ed efficace a questo dramma sociale?

fonte: direttanews

 

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Mille euro per chi smette di fumare,il bonus arriva direttamente in busta paga

Le bionde spesso sono compagne di vita che accompagnano anche i momenti di relax e quelli lavorativi. E così in molte aziende i dipendenti fumano durante le loro pause. Ma c’è anche chi decide di smettere. E così qualche azienda prova a dare qualche incentivo ai dipendenti per abbandonare un vizio che mina la salute.

In provincia di Brescia la Dexanet che conta 21 dipendenti ha lanciato un vero e proprio bonus per chi decide di abbandonare il vizio delle bionde: 1000 euro in busta paga per chi smette di fumare. “A supporto della campagna condotta ormai da anni sui pacchetti, ho pensato di dare un ulteriore stimolo ai miei ragazzi. L’obiettivo non è certo quello di eliminare la pausa sigaretta, qui sono tutti liberi di autogestirsi. – spiega l’amministratore delegato Loris Garau – semplicemente tengo ai miei collaboratori e alla loro salute”. Insomma un incentivo economico per convicere chi ancora ama il vizio ad abbandonarlo definitivamente. E visto il bonus c’è da scommettere che in tanti, in azienda, ci proveranno…

ilgiornale.it

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Come mai i bambini delle mendicanti dormono tutto il giorno? La verità è sconvolgente!

Vicino ad una stazione della metro notavo ogni giorno una donna di una certa età, con i capelli trasandati e con l’aria molto triste. Era seduta per terra ed accanto a lei aveva una borsa, dove la gente che passava lasciava qualche moneta. Tra le braccia aveva un bambino di circa due anni che dormiva, indossava un cappellino molto sporco e dei vestiti sudici.

Le persone che passavano accanto a lei impietosite dalla scena lasciavano qualche soldo. Le persone di buon cuore solitamente fanno questi gesti, poiché sono dispiaciute per le persone meno fortunate e donano ciò che si trovano in tasca. Sono passato accanto a quella mendicante per un mese, mai dandole soldi, perché sapevo che quella per cui lavorava era una gang che operava nella zona. I soldi che le prendeva con le elemosina andavano a finire ai malviventi che le controllavano. Queste persone posseggono moltissime proprietà ed auto di lusso. E i mendicanti cosa hanno in cambio? Una bottiglia di vodka ed un doner kebab. Un mese dopo, passandole di nuovo vicino notai che il bambino dormiva dalla mattina alla sera. Nessun pianto, nessun singhiozzo, neanche un gemito, rimaneva sempre con la testa tra le gambe di quella donna.

C’è qualcuno tra di voi che ha o ha avuto un bambino? Scommetto che ricordate quanto dormiva e quante volte vi svegliava. Ogni giorno invece passando vicino a questa donna, non ho mai visto quel bambino sveglio. Così un giorno chiesi “Perché dorme tutto il tempo?”.

La mendicante fece finta di non sentire ed abbasso gli occhi, così chiesi ancora. La donna mi guardo molto irritata e mormoro tra se e se “Fanc***”. “Perché sta dormendo?”, stavo quasi per piangere. Ma all’improvviso una mano si poso sulla mia spalla, era un uomo e disse: “Cosa vuoi da lei? Non vedi che la sua vita è difficile?”, prese dei soldi e li mise nella borsa della mendicante.

Il giorno dopo chiamai un mio amico, che bazzicava spesso la zona, e chiesi a lui di scoprire cosa c’era dietro questo business. Poco dopo mi disse che dietro c’erano cerchie criminali di mendicanti. I bambini sono in “affitto” da famiglie di alcolisti o drogati, ed alcune volte sono addirittura rubati. Io però volevo sapere sopratutto perché dormissero sempre, il mio amico mi rispose: “Sono sotto effetto di qualche droga o di alcool. Così non possono urlare e stanno ‘tranquilli’ in silenzio. Queste donne stanno sedute tutto il giorno con i bambini in braccio, immagina quanto si annoierebbe e cosa farebbe, no?”

I corpi dei bambini non sono in grado di reggere lo shock che queste sostanze possono provocare e qualche volta muoiono, e quasi sempre hanno dei danni permanenti che si porteranno per la loro intera esistenza. Prima di compiere dei presunti atti di beneficenza, devi essere sicuro di farlo per la causa giusta e non per arricchire le bande che controllano i mendicanti. Molto spesso è meglio regalare del cibo o delle bevande, che dare soldi. Almeno in questo mondo puoi sfamare chi ha bisogno senza regalare soldi a chi li controlla.

wowchevideo

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Maria di Trapani, a processo conduttore di Stranamuri Reclusa, picchiata e costretta a fare bisogni in pentola

Alberto Lipari e l’assistente Rosalba Platano dovranno rispondere di maltrattamenti davanti al Tribunale di Marsala. Sono accusati di aver sfruttato la 42enne Maria Caruso, portandola in giro per i locali, senza mai pagarla. Mentre a casa, la vittima sarebbe stata tenuta in condizioni «intollerabili»

I suoi video erano diventati virali. Migliaia di visualizzazioni su Youtube e condivisioni sui social network. Maria Caruso – 42enne originaria di Erice, meglio conosciuta come Maria di Trapani – aveva raggiunto la notorietà grazie al programma Stranamuri sicilianu. Il conduttore Alberto Lipari, però, si trova adesso nei guai. Il dottor Stranamore in salsa siciliana è finito infatti sotto processo, di fronte al giudice monocratico di Marsala, Lorenzo Chiaramonte. Insieme a lui è chiamata a rispondere di maltrattamenti anche la sua assistente Rosalba Platano.

 

Nel capo d’imputazione si legge che i due «in concorso tra loro, dopo avere fatto acquistare a Maria Caruso una certa popolarità, averla convinta a seguirli in giro per i locali della Sicilia per fare serate di promozione con la falsa promessa di guadagni, approfittando anche delle sue condizioni di deficit cognitivo, per un mese, la tenevano reclusa in una stanza presso un’abitazione di Marsala».

Nella città del Trapanese, la donna sarebbe stata «costretta a espletare i propri bisogni in una pentola e privata dei presidi igienici più elementari». Tra le accuse anche quella di aver mal nutrito e dileggiato la 42enne. Ma ci sarebbero stati anche forme di violenza. «Quotidianamente percossa dai figli della stessa Platano», scrivono i magistrati.

Per l’accusa, successivamente, Caruso sarebbe stata ospitata anche in un’abitazione del villaggio Kartibubbo di Mazara, di proprietà della Platano, dove, oltre a subire analoghe vessazioni, avrebbe anche svolto le pulizie di casa. Per poi la sera invece, continuano i magistrati, essere «agghindata e trascinata presso vari locali per serate promozionali, per le quali non le veniva mai consegnato alcun tipo di compenso, che veniva sempre incassato dal Lipari e dalla Platano».

Maltrattamenti, scrive il gup Amato nel decreto di rinvio a giudizio, che a Caruso «rendevano di fatto intollerabile la normale vita quotidiana». La donna, assistita dagli avvocati Donatella Buscaino e Natalia Dispinseri, si è costituita parte civile nell’ambito del procedimento.

 

meridionews.it

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Il grido di dolore del Papa: ‘Perdono per i preti pedofili’

E si torna a parlare di demonio, di spiriti maligni, che offuscano le menti dei tanti preti pedofili, incuranti del loro ruolo e dimentichi della parola di Gesù. A farlo, con la franchezza e l’accorata semplicità, che gli sono congeniali, è #Papa Francesco, che ha curato la prefazione del libro dal titolo ‘La perdono, padre‘. Un libro sofferto, vissuto e scritto col dolore di chi per anni ha subito le atrocità della violenza e degli abusi sessuali da parte di un sacerdote.

L’autore, Daniel Pittet, infatti si racconta, mettendo a nudo tutta la sua sofferenza di bambino e cercando nell’uomo di oggi, ancor più fragile di ieri, il coraggio di vivere, di credere, di dimenticare.

La prefazione del Papa

Sono parole accorate quelle di Francesco, parole di sgomento e di costernato stupore. Il Pontefice si chiede infatti come possa un sacerdote fare tanto male, dimenticando di essere ‘al servizio di Cristo e della Chiesa‘. I traumi rimangono scolpiti nella memoria, specie in quella di un bimbo e tracciano solchi profondi, ferite che non potranno mai essere rimarginate.

E Bergoglio ringrazia Daniel per aver abbattuto il muro della vergogna, trovando il coraggio di parlare, di raccontare le atrocità subite. E evidenzia la capacità di quest’uomo, reso fragile da un’infanzia violata, di scoprire anche l’altra faccia della Chiesa. Le parole del Papa vogliono essere un monito specie per i pedofili, nella speranza che prendano coscienza delle ‘terribili conseguenze delle loro azioni’.

Il racconto di Daniel

Aveva otto anni il protagonista di questa triste storia, quando il prete della sua parrocchia, traendo vantaggio dalla fragilità di quel bambino, privo di una famiglia in grado di supportarlo, cominciò ad abusare di lui. Seguì per Daniel il buio di anni atroci, in cui la violenza e il ribrezzo di quel corpo sul suo si mescolavano alla paura di parlare.

Solo a dodici anni la verità, il coraggio di raccontare, la liberazione, grazie a una prozia che lo aiutò a uscire dall’inferno. E oggi che, a 57 anni, Daniel si racconta, rivive i momenti, le atmosfere d’incubo e di orrore. Ma lo fa con ritrovato ardore, con la speranza che la sua denuncia possa salvare le centinaia di bambini vittime ancora di simili abusi. #pedofilia

blastingnews.com

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Asilo respinto: niente più vitto e alloggio. E i profughi occupano i binari, bloccano la Milano-Pavia

Una protesta sui binari della stazione che ha bloccato per oltre un’ora la circolazione dei treni sulla linea Milano-Pavia, con ritardi e cancellazioni. A Mortara una quindicina di migranti ai quali sarebbe stato rifiutato il diritto di asilo politico ha occupato di prima mattina la stazione ferroviaria di Mortara.

I migranti avrebbero inscenato la protesta perché la prefettura ha notificato loro la fine delle misure di accoglienza nei quattro centri di Mortara dove vengono ospitati. Attraverso i legali delle associazioni che si occupano dell’accoglienza, i migranti avrebbero presentato ricorso contro la decisione della prefettura, ma in attesa della risposta dovrebbero comunque lasciare i centri di accoglienza, senza avere un altro posto dove andare.

Mortara, i migranti occupano i binari della stazione

I carabinieri sono intervenuti per tenere sotto controllo la circolazione, mentre i treni venivano bloccati prima di entrare nella stazione di Mortara. La protesta sui binari è finita intorno alle 10, ma i migranti non sono andati via: il presidio è continuato davanti alla stazione, dove è arrivato anche il sindaco di Mortara per parlare con i manifestanti.

L’interruzione della circolazione tra Milano, Alessadria, Pavia, Vercelli e Novara è rimasta bloccata dalle 8.25 alle 9.45. Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce l’infrastruttura, comunica che nel corso dell’interruzione i treni hanno registrato ritardi fino a 80 minuti e quattro corse sono state soppresse.

milano.repubblica.it
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Trattativa Stato-mafia, Riina vuole parlare

“Sì, accetto di rispondere alle domande dei pubblici ministeri. Perché no?”. Al processo per la trattativa Stato-mafia,  Totò Riina spiazza tutti e annuncia alla corte la sua intenzione di sottoporsi all’interrogatorio del pubblico ministero. Una scelta che sorprende ma che non è nuova per il capo dei corleonesi che ha già reso interrogatorio, sempre negando qualsiasi sua responsabilità e l’esistenza stessa di Cosa nostra, in molti altri procedimenti a cominciare dal maxiprocesso.

In questo processo, pero’, dove la Procura di Palermo cerca di provare l’esistenza di un patto criminale tra la mafia e lo Stato siglato subito dopo la stagione delle stragi del 92 con l’ormai famoso papello di richieste che il boss corleonese avrebbe fatto giungere, per il tramite del colonnello Mori, ai vertici delle istituzioni, la testimonianza di Riina assume una valenza particolare. Anche alla luce delle lunghissime e stranissime intercettazioni ambientali in carcere, prodotte dal pm Nino Di Matteo, in cui Riina avrebbe confidato al suo compagno di oria d’aria moltissime importanti affermazioni su tutto lo scibile della mafia.

L’interrogatorio di Riina, fino ad ora l’unico degli imputati del processo, ad aver dato la disponibilità a rispondere alle domande del pm, dovrebbe tenersi nell’udienza del 16 febbraio.
“Qualcuno degli imputati ci può dire se consente di sottoporsi all’esame dei pm?”  ha domandato il presidente della Corte d’assise, Alfredo Montalto, a chiusura di udienza. I pm Francesco Del Bene e Nino Di Matteo (che con Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia fanno parte del pool-trattativa) ribadiscono la richiesta: sottoporre all’esame della pubblica accusa gli imputati.

Così, dopo la domanda del presidente, l’avvocato Anania si è avvicinato alla postazione dell’interfono per parlare, via telefono, con Riina, che è sdraiato su una lettiga nella sala delle videoconferenze del carcere di Opera. E lui, a sorpresa, si è detto disponibile a rispondere alle domande dell’accusa. Il medico-boss Antonino Cinà risponde che “non acconsente”; non si esprime poiché “assente per rinuncia” Leoluca Bagarella; gli altri daranno una risposta entro la prossima udienza del 9 febbraio. L’accusa è pronta a chiedere a Riina di tutto: dal “papello” di richieste fatte allo Stato tramite Vito Ciancimino, alle eventuali interlocuzioni con emissari delle istituzioni,

ai colloqui intercettati durante con il boss della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso, durante “l’ora della socialità” nel carcere milanese di Opera. Quei dialoghi in cui Riina, parlando del pm Di Matteo, disse tra l’altro: “Lo faccio finire peggio del giudice Falcone”.

Nell’udienza del 10 febbraio sono previste invece le dichiarazioni spontanee del senatore Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno, anche lui imputato insieme ai boss.

palermo.repubblica.it

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Ospite del centro di accoglienza a Giugliano sequestra e violenta volontaria 62enne

L’operatrice, 62 anni, non perde la calma, lo tiene a distanza e riesce a infilare un bigliettino sotto la porta: “Aiuto, avvisate i carabinieri” e a far entrare nella stanza altre persone. Una collega dà l’allarme. I militari  intervengono d’urgenza nell’hotel “Le Chateau”, usato come centro accoglienza nella zona di Varcaturo, liberano la vittima e bloccano il 26enne nigeriano, che dopo le formalità di rito è stato portato nel carcere di Poggioreale.

Il nigeriano, a Napoli da settembre, ora è accusato di sequestro di persona e violenza sessuale, anche se non c’è stata la consumazione di un rapporto fisico. Nella struttura di accoglienza di Varcaturo sono ospitati 85 migranti. Non si sono verificati episodi gravi nè ci sono state in passato tensioni tra abitanti della zona e residenti.

“Non mi ha violentata – racconta la donna –  si è abbassato i pantaloni e ha fatto cose sue. Ha raccontato che non aveva una donna da tre anni e chiedeva chiarimenti sul suo documento, scaduto oggi. Certo rimanere chiusa con lui non è stato piacevole, a un certo putno ha battuto anche i pugni sul tavolo. Ma non mi ha violentata, questo no”.

Su Facebook il segretario della Lega, Matteo Salvini,  attacca: “Un ‘bravo migrante’ africano, ospite (a spese nostre) di un centro di accoglienza per presunti profughi vicino a Napoli, ha sequestrato e violentato una operatrice della struttura che lo accoglie. È stato arrestato, ma non basta. Castrazione chimica e poi espulsione: questa deve essere la cura”.

Post a cui replica Roberto Saviano: “Lei è un irresponsabile e io la disprezzo”. “Secondo i dati Istat 2015 sono 652mila le donne che hanno subito stupri e 746mila le vittime di tentati stupri- scrive Saviano – Che facciamo Matteo Salvini, castriamo un totale di 1 milione 398mila stupratori? E gli italiani che sono tra questi dopo averli castrati dove li mandiamo? Qual è in questo caso la cura? La prigione per lei è sufficiente? I processi li facciamo o pratichiamo direttamente la castrazione? Dobbiamo tornare alla legge del taglione? È questo che prevede la campagna di odio razziale che porta avanti da sempre insieme al suo partito?. Lo sa che le donne maggiormente esposte a violenza fisica in Italia sono le straniere? E lo sa che sono in larghissima parte vittime di violentatori italiani? Ma come osa seminare odio in un momento storico tanto difficile? Oggi più che mai mantenere tranquillità e sedare l’odio razziale è un dovere”.

“La nostra è e resterà sempre una città accogliente,  ma tolleranza zero per chi commette reati”, interviene il sindaco di Giugliano, Antonio Poziello. Nel Comune di Giugliano, ed in particolar modo nella fascia costiera, spiega ancora il sindaco Poziello “da circa un anno e mezzo non ci sono ulteriori arrivi, se non ad integrazione dei posti lasciati liberi”. Una scelta di operare su numeri precisi di migranti accolti “anche per poter portare a termine piani di integrazione. Ma nessuna tolleranza per chi commette reati”.

Lungo la fascia costiera di Giugliano – tra Licola, Lago Patria e Varcaturo – una zona cresciuta urbanisticamente troppo in fretta negli ultimi due decenni, sono stati intensificati i controlli da parte delle forze dell’ordine. In alcuni alberghi, poi riconvertiti, hanno trovato accoglienza numerosi migranti. E tantissimi sono quelli che hanno già avviato un percorso di integrazione anche grazie all’opera di strutture di volontariato.

Solidarietà e vicinanza “alla nostra amica operatrice”, condanna nei confronti del comportamento “del nostro connazionale” e, infine, un invito “agli sciacalli di professione ad inquadrare i fatti per come si sono realmente svolti, addebitabili a una sola persona e non a una comunità”. Questo il commento di Omeliko Mike, presidente della Comunità nigeriana in Campania, a quanto accaduto nell’hotel “Le Chateau”, centro accoglienza a Varcaturo, nel comune di Giugliano in Campania (Napoli), dove si è registrata

l’aggressione nei confronti di un’operatrice del centro.

La Comunità nigeriana di Napoli e della Campania evidenzia che “l’increscioso episodio, al vaglio dei magistrati, riguarda un connazionale che già in precedenza si è distinto per una particolare effervescenza psico-caratteriale, che è sfociato nell’atto inconsulto di introdursi nell’ufficio della stimata operatrice del centro di accoglienza e poi di denudarsi”

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STUPRA DUE 20 ENNI NEL GIRO DI UN ORA,ARRESTATO

Stupra una turista tedesca in via Etnea e una 23enne in piazza Cavour: arrestato

Durante un’attività di controllo del territorio, una pattuglia del commissariato Borgo-Ognina, mentre si trovava all’altezza di via Etnea angolo viale XX Settembre, è stata attratta dalle urla di una donna straniera. I poliziotti si sono pure accorti di un individuo che si allontanava frettolosamente.

Gli operatori hanno prontamente inseguito e bloccato il fuggitivo il quale, così come dichiarato nella denuncia sporta dalla vittima, poco prima si era reso responsabile del reato di violenza sessuale. Si tratta di Giovanni Attanasio.

Vista la delicatezza della vicenda e visto che la ventunenne tedesca, molto scossa e in lacrime, non parlava la lingua italiana, la denuncia è stata ricevuta alla presenza di un’interprete donna.

Immediatamente è scattata un’attività investigativa che nel giro di pochissimo tempo ha permesso ai poliziotti di accertare che il medesimo individuo, poco prima, era stato autore di un analogo reato nei riguardi di una ragazza italiana di 23 anni. Quest’ultima, in sede di denuncia, ha precisato che l’aggressione è avvenuta in piazza Cavour, riconoscendo l’autore della violenza nel soggetto arrestato.

Il malfattore, senza fissa dimora, su disposizione dell’Autorità Giudiziaria, è stato rinchiuso nella casa circondariale Piazza Lanza.

cataniatoday.it

 

 

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Uniti si vince!